LA PRESENZA DELLA CONGREGAZIONE SACRA FAMIGLIA DI NAZARETH NEL MONDO

lunedì 20 agosto 2012

27 - IL GIORNO IN CUI DIVENNI PADRE



Ieri è passato da me uno dei primi ragazzi accolti nell’Istituto, per portarmi la notizia d’essere diventato papà. Era felice e voleva comunicarla a me, tra i primi “perché, diceva, Lei mi ha fatto da padre”.
Ciò mi ha tuffato nel mondo dei ricordi, rievocando episodi che sono sedimentati nella mia memoria e che riemergono di quando in quando, in speciali circostanze, come quella di ieri.

Quel 3 dicembre
Era una giornata fredda e nebbiosa del dicembre del 1886 e avevo da poco celebrato la Santa Messa nell’antica e sontuosa Chiesa di San Cristo, dove abitava poveramente tra i chierici poveri il grande ispiratore e amico, monsignor Pietro Capretti.
Quel giorno era il primo venerdì del mese, oltre che essere la memoria di San Francesco Saverio.
La Santa Messa, da me celebrata nella cappella del Sacro Cuore,  voleva essere una specie di inizio  del nuovo Istituto. Erano presenti, oltre a monsignor Capretti e al chierico Bongiorni, quattro ragazzi, i quali, scesi  con me nella vicina casupola, si erano messi a tavola con speciale appetito
Serviva mamma Filippa Freggia, la quale aveva a disposizione solo quattro scodelle.
Mentre io me ne stavo in piedi senza nulla in mano, quasi ad osservare se tutto procedeva bene, un ragazzo mi disse: “E Lei, Padre non mangia?”
Da quel giorno anche gli altri ragazzi mi chiamarono con quel nome e poco a poco divenni per tutti Padre. E così verranno chiamati i sacerdoti che condividono con me la vita per e con i giovani.
Il titolo di Padre l’ho sempre considerato una responsabilità lieta e importante, che comportava l’impegno a diventare davvero padre per i miei ragazzi.

Il difficile “Pater noster”
Mi sono accorto quanto sia difficile alcune volte recitare il “Padre nostro”,  la bella preghiera del Signore, da parte di alcuni ragazzi, i quali hanno un’esperienza negativa del padre,  che  magari  ritorna a casa la sera ubriaco e butta per  aria tutto quello che trova, picchia la madre, impreca e bestemmia, dopo aver sprecato in giro quel poco che aveva guadagnato  e che sarebbe servito per mettere qualche cosa sotto i denti ai figli affamati.
Bisognava che io, ai loro occhi,  ricostruissi in me l’immagine del papà buono e provvidente, che sa sacrificarsi per i suoi figli, che pensa a loro con amore non solo di parole, ma con i fatti, in modo che potessero rivolgersi a Dio col  nome di Padre buono.
Quando mi chiamano “padre”, mi sento investito anche di un’altra responsabilità: quella di non legare questo nome a quello di un Dio gendarme, tiranno, esigente, nemico della gioia, che non esiste se non per complicare la vita dei suoi figli, ma che quando ci chiede qualche cosa è perché vuol farci crescere come figli che collaborano con Lui a costruire la nostra felicità eterna.

Un Padre di molti  fratelli
Mi sento Padre anche quando insegno ai miei ragazzi a volersi bene, a rispettarsi, a non coltivare invidie tra di loro, a non covare rancori e a superare i desideri di vendetta. Quando soprattutto li invito ad aiutarsi, non solo nel fare birichinate o nel copiare i compiti, ma nel sostenersi nelle difficoltà e nel bene. Questo mi impegna a trattare tutti con equità, senza dimostrare di avere preferenze o simpatie particolari.
Sono così chiamato a ripresentare la missione di Gesù. che consiste nel farci accettare il fatto che Dio sia Padre, che tutto quello che Dio fa e dice è perché ci considera figli.
Mi sento quindi Padre tutte le volte che preferisco il bene dei miei ragazzi alla mia tranquillità e la loro crescita al mio benessere. Ma quanto è difficile quando la testa è piena di preoccupazioni!
Quel 3 dicembre sono diventato Padre: Signore aiutami ad esserlo realmente giorno dopo giorno!

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.

Contatore per siti