LA PRESENZA DELLA CONGREGAZIONE SACRA FAMIGLIA DI NAZARETH NEL MONDO

venerdì 25 dicembre 2015

398 - PRIMA SANTA MESSA

 
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Nel Natale del 1865 don Giovanni Battista Piamarta celebrava la sua Prima Santa Messa a Bedizzole (Brescia). Sono quindi trascorsi 150 anni da questo evento fondamentale della sua vita.

lunedì 21 dicembre 2015

397 - MADONNA DEL VELO


Lettura dell'opera

Copia autentica della Sacra Famiglia. Dono munifico della contessa Gigli 
di Pavone Mella al Padre Giovanni Battista Piamarta.

Autore dell'opera: Pietro Da Gavardo
 

396 - ELOGIO DELLA BREVITA’

48. Dal “Diario” di Padre Piamarta di Pier Giordano Cabra

Dieci minuti

In questi giorni abbiamo deciso, in una riunione, che l’omelia, la spiegazione del Vangelo durante la Messa, non deve superare i dieci minuti. Questo vale in primo luogo per me, facile a lasciarmi trasportare dall’ entusiasmo, ma anche per i miei collaboratori, alcuni dalla parola facile. E’ necessario praticare noi, per primi, la pazienza nella fase della preparazione dell’omelia, piuttosto che mettere alla prova la pazienza dei nostri ragazzi, con il pericolo di stancarli al punto che, una volta usciti dall’Istituto, smarriscano la strada della chiesa.  E’ facile cedere alla tentazione di rimediare al vuoto del nostro cuore con molte parole umane che diluiscono il messaggio divino e non toccano il cuore altrui. Per essere brevi, occorre impiegare molto tempo. Tempo per studiare, tempo per confrontare la Parola di Dio con la vita, tempo per fare nostro il tema, tempo per pregarci su, tempo per trovare il modo opportuno di comunicare. E, prima di tutto, occorre essere convinti che il ministero della Parola va assolto con rispetto verso la parola di Dio e responsabilità verso chi ascolta. Ai giovani Padri raccomando di non voler dire tutto, ma di lasciare in chi ascolta il desiderio di ascoltare ancora e di conoscere meglio l’argomento, perché lo ha interessato e coinvolto. Questo è il segnale che si è fatto bene e che si può percorrere la strada intrapresa. . Qui a Brescia un giovane Padre della Pace, di origine veronese, bravo oratore e colto maestro di giovani, Giulio Bevilacqua, ha affermato che in una omelia: “Dieci minuti sono di Dio, quindici sono dell’io, e il resto del demonio”. E’ una buona sintesi da ricordare.

La preghiera

Anche la preghiera va proposta con quella discrezione che non svuota la sua importanza, ma mette in risalto la sua necessità. Dovremmo essere capaci di insegnare a pregare poco, bene, sempre. Poco: una preghiera prolungata è inutile, dal momento che si ha a che fare con realtà che non si toccano e non si vedono e sulle quali l’attenzione scivola via facilmente, specie quella instabile dei ragazzi. Bene: La brevità facilita la concentrazione e permette di pregare con una certa attenzione, almeno con lo slancio del cuore. Sempre, per rispondere all’indicazione della necessità di pregare senza stancarsi. Mettere assieme queste tre caratteristiche della preghiera sembra un’impresa ardua, che diventa possibile insegnando l’uso frequente delle giaculatorie, questi slanci del cuore, brevi ma intensi e frequenti che, come frecce, sono dirette al cuore di Dio e che, contemporaneamente infiammano il nostro cuore. Pregare è parlare con il Signore nelle varie circostanze, per restare uniti a lui nella buona come nella cattiva sorte, per ringraziarlo o per invocarlo, sempre con lui in ogni momento e con ogni tempo.

La preghiera del Signore

Del resto, anche il Signore Gesù ha fatto l’elogio della brevità nella preghiera, ricordandoci di non illudersi di convincere Dio con le nostre chiacchiere o con le molte parole. E ci ha insegnato il Padre nostro, un esempio di brevità e di essenzialità, ove in poche domande si trova tutto quello che è necessario chiedere per il nostro bene. Anche qui occorre insistere a lungo sulla necessità della preghiera. Un breve tempo ben preparato ogni giorno da dare alla preghiera, è come una goccia che scava insensibilmente la pietra anche la più dura. Goccia dopo goccia, una preghiera breve, ben fatta, insistente è in grado di costruire la santa abitudine e il gusto del rivolgersi al Signore. Ma noi che parliamo di preghiera siamo uomini di preghiera? Occorre pregare bene per trasmettere il gusto della preghiera, come occorre prepararsi bene per far gustare la parola di Dio! Signore, fammi costante nella preparazione, breve nella esposizione, fiducioso nella seminagione.
 

sabato 19 dicembre 2015

395 - A FAMILY FOR THE FAMILIES

First Encounter with Father Piamarta - By Pier Giordano Cabra

Chapter Eight

1. In the beginning of the Institution Artigianelli Father Piamarta had two special coworkers: the cleric, Emilio Bongiorni, and Dominatore Mainetti. The first was destined to become the first auxiliary Bishop of Brescia; the second, mayor of Brescia. Always among the first coworkers, were some precious priests from Pavone who lived with Monsignor Capretti. Also some priests and lay people, and then some of his own pupils joined him to share his mission and his laborious, demanding, difficult life.

2. Father wanted to be surrounded by more than a group of coworkers. He wanted to create a stable community that was like a family, where you could live, work, pray together and help each other to serve the young boys. This environment contributed to helping the boys to feel as if in a family, “to give a family to the one who has none”, and prepared the young boys to behave respectfully, to welcome, and to host; all irreplaceable prerequisites for building a family.

3. Here the “Congregation of the Holy Family of Nazareth” was born. Inspired by the model of the Holy Family Priests and lay people formed a group who dedicated their whole life to the service of God and the young boys. The Holy Family inspired them to live like brothers, which demands—as Father Piamarta would say-- “patience, charity, cordiality, treating each other affably, and abounding in sweetness towards each other. This Spirit has to penetrate deeply into the heart of our Holy Institution”. The result was a stable family destined to renew and continue his work for a long time.

4. Thus, the Holy Family became “The Family for the families”; whether for the religious one, or for the one for the boys, or for that one which the boys would someday build.

5. A family cannot lack the feminine element. With Mother Elisa Bardo Father Piamarta founded the “Auxiliaries of the Holy Family” who would take the name “Humble servants of the Lord”. This congregation was an irreplaceable support to Piamarta's work for many decades and to it goes the full gratitude of Father Piamarta sons.

6. The model chosen therefore was the Holy Family of Nazareth. The reference to Nazareth was not a accidental one. Nazareth is the place where work was sanctified, because the Son of God worked manually there. If the cultural exaltation of work is necessary to rediscover its inherent dignity, potentiality to build the person, contribution to society and progress, nevertheless, it is not sufficient to expunge its exhausting aspect, strain and the disappointment that go with it. The gaze to Nazareth helps put work in the right perspective as participation in the redemptive labor of the Holy Family. The one who works and sweats with Jesus will not lose his reward.

7. Father Piamarta's invitation was and continues to be to go spiritually to Nazareth to discover the virtue of the daily job. For the one who looks to Nazareth the darkness of the daily grind is lightened and gains a new dimension. In Nazareth, far from the spotlight, the Son of God grew. In the monotony of the daily work we are invited to discover the Son of God who desires to grow in us, to have light and peace and to bring light and peace.


Traduzione a cura di Mary Levine e Matteo Toschi 

394 - IL FATICOSO PERCORSO DI UN SANTO


Lettura dell'opera

Una luce intensa, bianca, mistica, pura che illumina il faticoso percorso di un santo fatto di privazioni, rinunce e profonde ferite. Un percorso fatto nel nome di Dio.

Autore dell'opera: Domenico Gabbia

venerdì 18 dicembre 2015

393 - PADRE PIAMARTA SACERDOTE

MARIO TREBESCHI  (SECONDA PARTE)   vai all'inizio dell'articolo post 373

Religiosità di padre Piamarta
 
Il fondamento dell’azione apostolica del Piamarta era la sua intensa vita interiore. Egli si prefiggeva seri propositi di miglioramento interiore, specialmente negli esercizi spirituali. Scriveva: «Voglio salvare l’anima mia, voglio farmi santo sacerdote. Per ottenere questa grazia dal mio caro Gesù e Salvatore, mi fornirò di un grande spirito di preghiera» (esercizi spirituali, 17 aprile 1872); «Mi studierò di divenire umile e perciò di non parlare mai di me stesso, né in bene né in male. Starò sempre alla sua divina presenza, combatterò da forte sotto lo stendardo del mio Signore e Re Gesù Cristo» (esercizi spirituali, 9 settembre 1877).
Il Piamarta dedicava molto tempo alla preghiera. Egli diceva a madre Elisa Baldo, la cofondatrice della famiglia religiosa delle Umili Serve del Signore, che se non dedicava due o tre ore all’orazione al mattino non poteva portare il peso che il buon Dio gli aveva imposto48. Al mattino rimaneva in chiesa fino alle otto; dopo una lunga preparazione, celebrava la messa ai ragazzi e si dedicava alla confessione. Alla sera replicava con altro tempo di preghiera, anche fino a mezzanotte. Questo continuo contatto con Dio gli dava un aspetto esteriore di gravità meditativa.
La preghiera trovava nutrimento nei tempi liturgici. Il Piamarta aveva in grande considerazione la festa del Natale, poiché la famiglia di Nazareth è esempio di umiltà, di amore, solidarietà, laboriosità, virtù che venivano praticate nella sua comunità religiosa dei padri e delle suore e nella scuola e nel lavoro dei ragazzi. Nel tempo di Quaresima esortava a meditare almeno per una buona mezz’ora la passione di Cristo. Celebrava solennemente la festa della Pentecoste e credeva fermamente all’influsso dello Spirito Santo nella vita della Chiesa e nella santificazione delle anime. Ogni festa,
al mattino, prima all’oratorio di Sant’Alessandro e poi agli Artigianelli, premetteva alla messa il canto dell’ufficio della Madonna; alla sera faceva cantare il vespro. Egli, che amava il canto fin da ragazzo, sceglieva i canti più adatti alla liturgia e si avvaleva della collaborazione di maestri di canto.
Il Piamarta esercitava le devozioni proprie del suo tempo, raccomandate anche dai documenti pontifici. Era devoto del Sacro Cuore. La fondazione dell’istituto Artigianelli era avvenuta il 3 dicembre 1886, primo venerdì del mese, giorno in cui si venera il Sacro Cuore. Il Piamarta dedicava la prima domenica delmese al Sacro Cuore, invitando la comunità alla comunione riparatrice. Fece consacrare la comunità al Sacro Cuore dal vescovo comboniano mons. Antonio Maria Roveggio, alla fine del XIX secolo, come era stato voluto dal papa per la Chiesa in occasione dell’anno santo del 1900.
Il Piamarta curava la devozione alla Madonna, le cui feste celebrava con grande pietà. Il mese di maggio riusciva sempre ben partecipato in istituto. La prima domenica di ottobre era dedicata al santo rosario, la seconda alla maternità di Maria, la terza alla purità e al patrocinio di Maria. Il Piamarta celebrava la festa della Presentazione al tempio, 21 novembre, come festa propria della comunità: la terza domenica di ottobre si recava in pellegrinaggio con i ragazzi alla chiesetta dedicata a questo mistero, sopra i ronchi di Brescia, che egli frequentava dai tempi di Sant’Alessandro. Nella chiesa dell’istituto fece erigere l’altare delle apparizioni di Lourdes: in questa cappella egli rimaneva raccolto in preghiera fino ad ora tarda. Egli praticava anche le devozioni personali mariane: nel mese di ottobre recitava il rosario intero; ogni sabato, giorno dedicato alla Madonna, si asteneva dalla frutta, faceva penitenza in occasione delle feste della Madonna. Anche l’esempio della Santa Famiglia era tenuto in grande considerazione, perché era proposto a ideale dell’istituto e della famiglia religiosa da lui fondata, che ne aveva il titolo. Anche i santi entrano nella devozione del Piamarta. Egli cominciò ad onorare Filippo Neri, il santo tipico della gioventù oratoriana, all’oratorio
di San Tommaso, dove c’era una pala del santo. All’istituto, in occasione della festa di San Filippo, celebrata solennemente, si teneva un’accademia, che iniziava con un panegirico, nel quale un giovane tesseva le lodi del santo, a cui seguivano declamazioni dei giovani e canti. San Filippo era il santo proprio dell’educatore degli Artigainelli, che deve stare sempre con i ragazzi, con umiltà, disponibilità e attesa fiduciosa ed era l’esempio della premura educativa per tutto il personale dell’istituto. Altri santi sono venerati dal Piamarta. Santa Teresa è l’esempio di orazione, non fine a se stessa, ma per ottenere l’unione con Dio, e per produrre opere di carità; sant’Ignazio insegna a mettere in ogni attività industria e sapienza, confidando in Dio, come se nulla dipendesse da noi, lasciando a lui i risultati delle opere. Nel suo testamento, il Piamarta lasciò scritta la massima di sant’Ignazio: «Noi dobbiamo governarci in ogni cosa e contingenza, con accorto e prudente discernimento come se tutto dipendesse dalla esclusiva nostra industria e accorgimento, e poi dobbiamo in tutto per tutto confidare in Dio, come se nulla noi avessimo fatto». Francesco Saverio è il santo delle missioni, nel cui giorno è iniziato l’istituto, 3 dicembre, esempio ai giovani per portare nella società pagana il regno di Dio. Sant’Isidoro agricoltore, patrono della Colonia Agricola di Remedello, è il simbolo di ogni lavoratore che unisce alla pietà verso Dio la capacità di lavoro. Francesco di Sales è modello delle virtù della vita religiosa e di ogni direttore spirituale, che conduce
le anime con fortezza e soavità. Il Piamarta nei suoi scritti cita altri santi: Luigi Gonzaga, Caterina Farnese, Alfonso Maria de’ Liguori. I santi del Piamarta non sono ricordati semplicemente per devozione, ma perché sono modelli per le attività apostoliche, essendo stati efficaci nel loro tempo, cambiando in meglio situazioni difficili, con una santità incarnata nell’azione. Sono santi che operarono per la riforma cattolica, agli inizi dell’era moderna, e quindi sono esempio di industriosità per chi si occupa della riforma della gioventù lavoratrice.
Il senso religioso del Piamarta si manifesta anche nella predicazione ai giovani. Don Giovanni non era un oratore, però sapeva suscitare sentimenti di genuino affetto verso Dio. Aveva buona capacità espositiva. La sua oratoria seguiva la pienezza del cuore, ed era viva e sentita, anche se non esteriormente solenne. Predicava convinto e risultava convincente, e sapeva attrarre i ragazzi all’ascolto. «Ciò proveniva da un temperamento tendente all’immaginifico, al grandioso, all’emozionato ed emozionante della sua spiritualità generatrice di una profonda impressione, che non si dimenticava neanche a distanza di anni.
Non aveva manifestazioni esterne solenni o caratteristiche, eppure ci si accorgeva che tutto ilmovimento impresso alle sue opere e lasciato in inconscia eredità ai suoi figli, dipendeva dalla sua interiorità: ariosità, grandezza, vasti orizzonti, mobilità, vita». Nella predicazione egli non si affidava ai predicabili: le sue fonti erano la scrittura, specialmente i fatti dell’Antico Testamento, il Vangelo e san Paolo (i seminaristi lo chiamavano «S. Paolo»), l’agiografia. Egli sapeva far gustare ai ragazzi i fatti religiosi con un linguaggio adatto: amava raccontare, con uno stile attraente e semplice, per richiamare gli esempi dei santi e proporli all’imitazione. A un chierico che si esercitava per la prima volta nella predicazione e si lamentava di aver dimenticato delle frasi eleganti per la predicazione, diceva di non pensare alle frasi eleganti, ma di prepararsi a riflettere su ciò che occorreva dire e, prima di salire sul pulpito, di pregare, e poi di predicare con fede, con semplicità, con dottrina, con carità, e anche con forza.

martedì 24 novembre 2015

391 - THE IGNORANT AND AGRICULTURE

First Encounter with Father Piamarta - By Pier Giordano Cabra

Chapter seven 
 
1. “All the ignorant think they can succeed in agriculture” reads the aphorism inscribed on the wall for all who enter the Institution Bonsignori, in Remedello. This was not from Bonsignori himself, but expressed well his conception of agriculture as “art, science and prosperity”.

2. Father Bonsignori was a zealous pastor who, moved by concern for the extreme poverty of his people bowed down by the disease of malnutrition and forced to emigrate to avoid hunger, became an agriculturalist. “Is it possible, the intelligent Pastor wondered, that the earth is so ungenerous as to not feed her children?” He concentrated his studies on the most qualified agronomists and chemists of Europe. He found a method to multiply cereal production by four and even six times, and became the distributor. They gave him the title “Apostle of the new agriculture”. His published works had remarkable success, and have been translated into many different languages.

3. One day Father Bonsignori had lunch at the Institution Artigianelli. Since he was a brilliant speaker he told the marvels of the new agriculture, enchanting those present. Father Piamarta had been tormented by the problem of the exodus of so many young people from the land. He thought immediately, “Here is the man I have been looking for”. He proposed that they build a school together where these ideas could be spread. Amidst the applause of those present the Pastor accepted the proposal.

4. The idea was bright, but the financial resources were questionable. Father Piamarta awaited the course of Providence. Before long he received a bequest of many acres. He started the Agricultural community of Remedello that in 1895 would become a practical school of Agriculture following the program: “from the land to the books”. This school became well known in Italy, France, and Belgium; whence directors of acreage, small and medium farmers, would come to enhance their studies.

5. Here, Father Piamarta achieved his dream of social holiness and contributed to improving society thanks to the restoration of the artisan, the farmer and their families. Here his plan to build whole men clarified further: Bonsignori would cure science, Piamarta the conscience. The first would promote the art of cultivating the land, the second the art of cultivating the heart; the first the art of producing, the second the art of using the product well. One would build the refined specialist; the other, the esteemed man. The first would fashion the modern entrepreneur; the second, the eternal man. One would teach how to fill the granaries of his own farm, the second would accumulate for the granaries of the final dwelling.

6. Father Piamarta gave Father Bonsignori the technical responsibility of the Agricultural Community but would remain in the background pledging financial support to his venturesome experiments. He would always be present in the community during the formative years of the boys, solicitous to keep an equilibrium between the cultivation of the field and cultivation of the Spirit.

7. The agricultural community would change its name to Bonsignori Institution and would remain a benchmark model for a large numbers of farmers for many decades. This was thanks also to eminent directors who updated the initial intuition, promoted crowded agricultural congresses, backed the publication of the magazine: The Agricultural Family, and made innovations in the biotechnical sector. Today, on the main building of the Institution, you can read the inscription: “Father Piamarta, father of the sons of the fields”--a fitting reward for the author of the human and Christian growth of these young farmers for whom he had created a work unique in its kind by utilizing the brilliance of Father Bonsignori. 

Traduzione a cura di Mary Levine e Matteo Toschi
 

390 - OSPITALITA' E CONVIVIALITA’

47. Dal “Diario” di Padre Piamarta di Pier Giordano Cabra

Le chiavi della ‘cella vinaria’, dove sono conservate le poche bottiglie di vino eccellente, le ho sempre tenute gelosamente io. Il motivo è semplice: oltre al detto scritturistico: “Dove ci sono molte mani, fa uso di molte chiavi”, quei preziosi vetri sono riservate alle occasioni di visite illustri. Quando abbiamo ospiti, all’inizio del pranzo, dopo la preghiera, i confratelli sanno che lascio per un momento la tavola, scendo nella cantina segreta e torno solennemente con una bottiglia di quelle che, al solo apparire, rallegrano le grandi occasioni. Quelle visite erano e sono una festa dell’ospitalità. Poveri sì, ma generosi. Parsimoniosi quando siamo tra di noi, ma accoglienti quando il Signore ci manda un ospite. Particolarmente benvenuti sono i sacerdoti, che sono accolti con la riverenza e la cordialità che si addice alla loro dignità, spesso solitaria e incompresa.

Una visita indimenticabile

Anni fa era venuto all’Istituto, per sistemare degli alveari, il benemerito agronomo don Giovanni Bonsignori, parroco di Pompiano. Gran conversatore, incoraggiato dall’ambiente cordiale e curioso, parlò con tanto fervore e competenza della nuova agricoltura da lui promossa, da lasciare tutti entusiasti, me compreso, che gli feci immediatamente la proposta di mettere su assieme una scuola di agricoltura, da me vagheggiata da tempo, per provvedere anche ai figli del campo, come si era già provveduto ai figli del mondo del lavoro artigianale e industriale.
Nacque così, in un contesto di cordiale ospitalità, la Colonia Agricola di Remedello, ormai ben nota anche oltre i confini della Patria. La venuta di ospiti è quasi sempre occasione di conversazioni arricchenti che ci aiutano a guardare oltre i confini necessariamente ristretti dei nostri interessi e delle nostre preoccupazioni. Ma dà anche l’opportunità di accogliere il Signore, il quale viene sotto le spoglie di un ospite. “Hospes es? Cristus es”, diceva San Benedetto. “Sei ospite? Sei Cristo”.

La nostra tavola

La Provvidenza non ci lascia mancare il necessario, anche se a giorni dobbiamo misurare persino il pane, per condividerlo con i nostri ragazzi sempre affamati. Il nostro incontrarci a tavola deve essere un momento di relax di fraternità, di distensione. Se a ciascun confratello tocca un quintino di vino, a tutti è richiesto di attenersi al detto di Sant’Agostino: “Non è degno di sedersi a questa mensa colui che parla male degli assenti”. Su questo punto, tutti sanno che non ammetto deroghe, preoccupato come sono di salvaguardare e promuovere la carità fraterna. Con vera gioia ho trovato queste righe in una lettera dell’avvocato Trabucchi: “Ho sempre presente quella loro simpatica sala da pranzo, quella armonia, quella pace che vi regna e mi piacciono tanto anche le loro discussioni, così moderne e accalorate”. Cominciamo con una breve lettura della vita di qualche santo (alcune durano anche dei mesi), e poi passiamo alla conversazione, dove sono attese le notizie della giornata, dove scambiamo i nostri pareri e dove i più intraprendenti ci rallegrano con le loro piacevolezze. Se entriamo in refettorio con la mente carica di preoccupazioni, dobbiamo uscirne più rinfrancati, più ottimisti, più pronti ad affrontare serenamente la scatenata vitalità dei ragazzi e dei giovani. Se il Signore a tavola ha fatto le cose più belle, noi a tavola dobbiamo crescere nella fraternità, “in letizia e in semplicità di cuore”, che è poi la cosa più bella che ci è data da fare.

martedì 17 novembre 2015

388 - PRAYER AND LABOR

First Encounter with Father Piamarta - By Pier Giordano Cabra

Chapter Six

1. The Artigianelli Institution was established precisely in the middle of the historic center of the city, an environment that for thousands of years had been permeated by the Spirit of Saint Benedict, whose motto was “ora et labora”. When Napoleon had suppressed the feminine Benedictine Monastery of Saint Julia, its rooms were used as barracks, while the large vegetable garden was left uncultivated. It was in here that Father Piamarta chose to revive the Benedictine Spirit making it a citadel of work; or rather one of “piety and labor”, of prayer and work, of the work that comes from prayer, and of a job that becomes the means to gain both this and the future life.

2. He lived an example of the symbiosis between prayer and work. He woke up very early, at four in the morning--often at three with Holy Mass--and prayed for two hours. Before opening a window towards earth, he opened one towards heaven to receive light and strength. Then, all day he had to think of everything; it seemed he needed everything. He had to be concerned with many things he hadn’t the competency for, but felt it his duty to undertake “for love, only for love” of his boys. How could he say no to a widow with sons, one piggyback on the other, who asked him with tears to receive at least one? How could he send away a Pastor who came bringing a boy--a boy, sad and afraid, whose parents were dead? How could he not find a place for that apparently arrogant boy, who did not know where he would sleep for the night? For his boys, Father Piamarta had to provide many places: one for eating, a dormitory, a factory, a school, a church, one for recreation... It was required to install lavatories, buy machinery, hire reliable contractors, find generous benefactors; but he was so reluctant to ask….

3. In the evening he would finish the day with a long stop in the church to thank God, after he had run after boys, contractors, bricklayers, debated with someone who wanted to cheat him…. Or on the hardest days said a painful “no” to some insistent request to receive a new boy: “we do not have any place available.”

4. They whispered he would fail soon, because he was “a poet of the economy”… However, on the field he learned economy without losing either the poetry of the high things of the Spirit or of the ordinary life. “We save money to accept more orphans” he said frequently. “If we do our part, Providence will do the same”.

5. Of the factories, he began with a printing press, the “Queriniana”, a name that comes from the erudite Cardinal Querini, a Bishop of Brescia in the first half of the 18th century; it would become the cradle of a vigorous catholic civic press. Other factories and activities would follow: construction working, woodworking, blacksmiths, dressmaking, bakeries, shoe-making, machine design, electrician training, and lots of initiatives to develop skills and craftsmanship, to offer his boys the best… Lots of “tribulations and thorns,” ...also lots of children saved from misery and the street and on the path to become “good artisans, good Christians, and excellent citizens”. Some years later, in the boom of the industry, a newspaper would be able to write: “A good part of the workforce of the prosperous industry of Brescia came from the Artigianelli Institution”.

6. Father Piamarta wanted to educate completed men who, with one foot on the earth and a heart pointed towards heaven would be able to face “the here and now” and “the always”; men who would a desire to live up to themselves in this life and to be honored in the next life; men who would live as worthy citizens of their earthly homeland and happy citizens of the celestial homeland. Lots of people proved that this work was not useless.

                                                                           Traduzione a cura di Mary Levine e Matteo Toschi

387 - MEDAGLIA SAN GIOVANNI PIAMARTA


386 - SALVARSI: DIO LO VUOLE

da "i pensieri di padre Piamarta"

Il grande disegno di Dio è questo: la salvezza di tutti gli eletti: che si realizzino le ultime parole che Gesù pronuncerà alla fine dei tempi: «Venite benedetti dal Padre mio a prendere possesso del regno che mio Padre ha preparato per voi fin dalla fondazione del mondo... ».


Eh, miei cari, se la cosa non fosse così, che cioè è assolutamente necessario salvare la propria anima, Gesù Cristo non avrebbe fatto il viaggio dal cielo per venire sopra questa terra e non avrebbe fatto la pazzia di soffrire e di patire. Lo dice la Scrittura: non siete stati redenti con oro e argento ma con il prezioso sangue di Gesù Cristo, l'Agnello senza difetto e senza macchia.
 
Citando S. Agostino sopra l'idea che la nostra anima è costata a Gesù, il Padre diceva: «Oh, anima mia, tu non vali meno del Sangue di un Dio. E voi, anime care, siete care anche a me perché siete costate il sangue del mio Gesù».


«Se Dio ci ha creati per salvare l'anima, perché molti si salvano e molti si dannano?». Un santo Padre risponde così: «Se la nostra salvezza dipendesse solo da noi, nessuno si salverebbe: se dipen-desse da Dio tutti si salverebbero. Il salvarsi, cioè, dipende dalla collaborazione tra la volontà di Dio e la nostra volontà». Sì! Dio vuole tutti salvi e dà a tutti gli aiuti necessari per raggiungere la salvezza.


Salvare l'anima? Il Figlio di Dio è sceso appositamente dal cielo per salvarci ed ha pronunziato queste parole: «Una cosa sola è necessaria... e, che giova all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima... ». I primi cristiani, gli anacoreti, S. Luigi ecc., sono quelle persone che hanno perduto la loro vita sopra questa terra per amore a Gesù Cristo.


È di fede che Dio è venuto, di persona, in questa terra per salvarci: «propter nos homines descendit de coelis». È proprio così: il Padre ha mandato il Figlio e il Figlio ha mandato lo Spirito Santo. Quindi, tutta la SS.ma Trinità si mostra desiderosissima della nostra salvezza e ci dà i mezzi necessari per raggiungerla.

 

sabato 7 novembre 2015

385 - VOLTO DI GESU' E SAN GIOVANNI PIAMARTA


384 - I WILL DIE WITH MY YOUNG BOYS

First Encounter with Father Piamarta - By Pier Giordano Cabra

Chapter Five

1. Monsignor Pietro Capretti came from a rich family, but had decided to live poorly, with his “poor clerics”. He gave his worldly goods to aspiring priests who could not afford to pay for their studies. He was a cultured man, generous, prudent and respected by the main people of the city among whom were Blessed Giuseppe Tovini and Giorgio Montini, father of the future Paul the VI. Father Piamarta went to San Cristo, the seminary where Monsignor Capretti lived, to speak with him about his intended project. They got along well and quickly became friends. Soon they had agreed to found a place which could receive orphans and poor children and teach them a job. They would follow the example of Ludovico Pavoni who, some years before, had founded the first printing press school in Italy. However, they disagreed on the method: enthusiastic Piamarta, wanted to build it big right away; prudent Capretti wanted to start smaller. Capretti spoke to the Bishop about their plan.

2. Just as the project was becoming a reality, an appointment suddenly came to Father Piamarta to become Pastor of Pavone Mella in the fertile Po valley thirty kilometers from Brescia. The Bishop needed a strong man for that Parish. Protests and discontent came to the Curia from the pastor and the parishioners of Saint Alessandro; they did not want to lose their Parish Priest. He too was sad, maybe more so than everybody else. Along with the appointment as Pastor of Pavone Mella, Father Piamarta received the assignment to go at times into the city to start his intended work with the orphans. He understood that his project was not realized, because it took the full-time abnegation of more than one person to build it. Saints however, know that in their trials Our Lord is asking them to step back and let Him do the work. Although often obscure, God's ways are always sure. The Saints trust more in the might of God than in their feeble strength. So Father Piamarta decided: “I will obey and leave the rest to Our Lord who will accomplish His plans better than I. If the work is from Him, nothing and no one will stop Him.

3. In Pavone Mella the new Pastor lost no time, provoking controversy as well as arousing support. Just as applause did not puff him up, so also opposition did not deter him.

4. He took care of the poor, was severe with abuses, took a strong stance against the arrogant, and was affable and friendly toward the humble. His most famous trip to Brescia took place on the third of December 1886, when he celebrated his first Mass for orphans. Four were in attendance. This was the official date of the beginning of the Artigianelli Institution. After that a successions of griefs began. First, a request came from the Bishop to quit as a Pastor and devote himself to this new work, yet after a short while a decision came from the same Bishop to abandon the institution, because Monsignor Capretti was experiencing financial difficulties and there was no money for the project.

5. Father Piamarta answered the bishop: “With your permission, your Excellency, I desire to die with my boys”. The Bishop looked at him and perceived in those words more than personal desire. He saw the voice of the Spirit who creates new things and blesses them. “May Our Lord assists you” he told Father Piamarta. From that moment the Pastor was alone; he had to think about everything. He knew he had no money, but he was sure he was starting a work which Our Lord wanted him to do for His needy children. He began anew, working with faith.

6. The third of December was not only the birthday of the Artigianelli Institution, but also the day when Father Piamarta became “Father” Piamarta in a deeper way. It was only natural for these first four boys with their four empty bowls to call him, “Father”. Realizing they had no one else, the word “Father” came spontaneously from the heart of these boys—“Father”, because he provided them food for both body and the spirit. His successors, who, like him, answered “yes” to the invitation to dedicate their lives to the young would also be called “Fathers”.

Traduzione a cura di Mary Levine e Matteo Toschi
 

383 - I MIEI NEMICI

46. Dal “Diario” di Padre Piamarta di Pier Giordano Cabra

Mi dicono che non possono credere che io abbia dei nemici, perché non ho fatto del male a nessuno ed anche perché perdono facilmente a tutti. Eppure ho anch’io i miei acerrimi nemici, che devo combattere con vigilanza e vigore, sia privatamente che pubblicamente, sia in me che negli altri.

La triade malefica

I miei sono i tre nemici classici del cristiano, una vera triade pericolosissima, che si nasconde e si camuffa spesso da angelo della luce e che deve essere smascherata. Il primo nemico è il mondo con tutte le sue seduzioni, le sue massime paganeggianti, i suoi detestabili esempi. Ne siamo immersi sino alla punta dei capelli e non ci accorgiamo neppure della sua capacità di insinuarsi nella nostra fantasia e nelle nostre valutazioni.

Il secondo nemico è la carne, cioè il disordine interiore, le nostre passioni non facilmente governabili, i nostri vizi, soprattutto la superbia e l’egoismo. Le nostre decisioni sono spesso prese e guidati dalle ragioni della carne.

Il terzo è il demonio, l’avversario, colui che prima ci induce a trasgredire e poi ci accusa con sensi di colpa. E’ lui che getta dei dubbi sulla bontà di Dio e sulla sua legge. E’ lui che insinua che abbiamo diritto a vivere la nostra vita e che non vale la pena di ascoltare le chiacchiere retrive e superate della Chiesa.
Questa triade è una centrale di pressione per rendere bello e attraente il peccato, per farlo apparire innocente e, spogliato dalla sua drammaticità, mettere in ombra il fatto che esso è la più grande disgrazia che possa capitare a un figlio di Dio, perché lo allontana dal Padre.

Orrore

Mi dicono che quando parlo del peccato divento terribile e incuto paura. Per chi sa qual è il nostro destino eterno, il vero nemico è quello che ci fa perdere la meta, cioè l’amicizia e la comunione con Dio, fonte della vita. Il nemico da combattere e da cui bisogna metter in guardia è la “triade malefica” che spinge a vivere senza riferimento a Dio, a diffidare di Lui, a pensare che è meglio organizzare la nostra vita secondo i nostri criteri , i nostri gusti, le nostre opinioni. E’ vero: ho orrore del peccato e cerco di trasmetterlo con tutte le mie forze: ma come è possibile non avere orrore del suicidio?

Liberazione

Eppure l’orrore per il peccato non è l’ultima parola che devo dire, dal momento che il vangelo è la buona novella della liberazione dalle forze distruttrici del male. Il Signore è venuto infatti per liberarci da questa triade malefica: alla forza di seduzione del mondo oppone il suo esempio e la sua parola. Alla potenza delle passioni presenta il rimedio della sua Passione da meditare e da ricevere nei sacramenti, alla menzogna diabolica risponde con la verità della sua risurrezione, sigillo di Dio a quello che Lui ha detto e ha fatto, e garanzia del suo perdono.

Desidero che i miei ragazzi vivano lieti: per questo apro loro gli occhi sui pericoli e mostro le vie della gioia, una via sempre percorribile, anche dopo averla smarrita.

Se qualche volta li rattristo è perché li voglio vedere lieti di quella gioia che li può accompagnare per tutta la vita. Signore aiutami a farli contenti, a guidarli con saggezza, mostrando quanto sia bello conoscerti, amarti e servirti, per cominciare a gustare qui e ora dei sorsi, quasi un aperitivo, della tua gioia.

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