LA PRESENZA DELLA CONGREGAZIONE SACRA FAMIGLIA DI NAZARETH NEL MONDO
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venerdì 27 dicembre 2013

329 - ENORMI DIFFICOLTA' , INCROLLABILE FIDUCIA

Giovanni Battista Piamarta: una vita per i giovani di Gabriele Filippini

L'intraprendente prete bresciano vive la gioia per qualcosa che nasce ma anche tutta la sofferenza e il travaglio di un parto non semplice. Le ragioni sono dovute prima di tutto al fatto che l'avvio dell'Istituto condiviso con mons. Capretti vede quest'ultimo fermo nella sua visione minimalista o assistenziale. Forte della sua esperienza dell'Ospizio dei chierici poveri, il Capretti, infatti, pensa che quei pochi orfani e altri che potranno aggiungersi devono andare avanti così, con poco e in quella piccola struttura. Piamarta, invece, valuta l'opera non in una prospettiva assistenziale ma promozionale: pensa in grande, vede dove i tempi stanno conducendo e sogna un dipiù che non può essere fatto senza mezzi e aiuti più consistenti. Pertanto, permanendo questa situazione di incertezza, pensa che può benissimo continuare a fare il parroco a Pavone Mella e dare una mano di tanto in tanto, alla nuova famiglia sorta a Brescia. Per questo soffre quando il Vescovo gli chiede di lasciare Pavone per dedicarsi totalmente all'Istituto. Soffre ma obbedisce, sperando che prima o poi i suoi compagni di avventura capiscano il suo intento. La sofferenza si acuisce ancor di più quando, dopo pochissimo tempo, lo stesso Vescovo chiede di lasciar perdere l'impresa. Cosa è successo? Mons. Capretti, benefattore e benemerito in generosità per tante opere del cattolicesimo bresciano, non ha più mezzi economici per sostenere l'opera. Le domande sono tante, le attese sono grandi , i mezzi sono scarsi. Potrà reggere a lungo la baracca? Se lo chiede il Vescovo, se lo chiedono i suoi collaboratori. Non è sfiducia nell'ottimo don Giovanni Battista. Anzi per lui sarebbe pronta una nuova nomina, una buona sistemazione che lo valorizza ancora di più nel presbiterio bresciano.

Ma il Piamarta ha un'altra politica: è quella della croce, della fiducia sconfinata nella provvidenza, è quella dell'amore che non fa calcoli. Un padre non pensa a sé ma ai suoi figli: la reazione di Piamarta è pacata, determinata, radicale e rispettosa insieme della volontà di Dio e del suo Vescovo: chiede a sua eccellenza il permesso di “morire con i suoi ragazzi”. Il Vescovo, succeduto al Verzeri, bergamasco nobile di origine e di animo, è mons. Giacomo Corna Pellegrini, pisognese colto, intelligente e pratico; è un pastore che sa distinguere fra fede e ambizione: lascia che il Piamarta segua la strada intrapresa, solo sì, esternamente, ma con un aiuto invisibile che anche il vescovo augura: “il Signore vi assista”.

É il 1888: dopo un anno di amarezza per aver lasciato Pavone, comincia una salita ancor più dura, da Calvario, in piena solitudine e tanti interrogativi. Ma la certezza della vicinanza del Signore è più forte delle preoccupazioni. Il sostegno della preghiera lo sorregge, il suo legame positivo con la Chiesa bresciana gli impedisce di scoraggiarsi e tornare indietro dopo aver messo mano all'aratro. Mons. Capretti continua ad aiutarlo come può, fino alla morte che lo coglie solo due anni dopo. Piamarta lo considera e chiama “fondatore”. Gli Artigianelli hanno dedicato al suo nome un bel Auditorium, ricavato proprio dagli ambienti dove tutto cominciò, proprio a fianco della chiesa di Santa Giulia nell'antico monastero di San Salvatore. A fare da “madre” di famiglia, accudendo il piccolo gruppo che vive in Istituto si unisce a padre Piamarta una generosa donna di S. Alessandro: Filippa Freggia, un grande dono per quegli orfani bisognosi di tutto.

Poi arrivano a sostenere il Piamarta alcuni aiuti saltuari e altri più stabili, sostiuendo la presenza di due giovani che collaborano con Piamarta nei primi mesi: il diacono Emilio Bongiorni, che diventerà Vescovo ausiliare del Vescovo Gaggia, e il giovane Dominatore Mainetti che diventerà sindaco della città. I nuovi aiuti sono padre Turelli, che fa da amministratore, e i fratelli Zanconi e Bonetti. Sono ex pavoniani. La loro presenza fa da anello di congiunzione con un'altra esperienza di santità e di promozione della gioventù più bisognosa: quella del beato Lodovico Pavoni che vive a Brescia dal 1784 al 1849. La famiglia religiosa da lui fondata, dedicata all'Immacolata e dedita alla formazione scolastica e professionale dei giovani, con particolare attenzione ai poveri, agli orfani a ai sordomuti, a Brescia è soppressa da una legge del 1866. L'opera si salva mettendo radici nel Veneto e nel Trentino. Ma nel frattempo non pochi religiosi bresciani si disperdono. La presenza di tre di loro all'inizio dell'opera del Piamarta è un segno eloquente: l'insopprimibile bontà di una storia di amore ed educazione. Nulla ferma il bene che si fa ai più piccoli del Regno dei cieli. 

domenica 18 agosto 2013

319 - IL SOGNO SI AVVERA

Giovanni Battista Piamarta: una vita per i giovani di Gabriele Filippini

Dopo quasi quattro anni di parroco e dopo che anche il Vescovo conosce il progetto e lo condivide, don Giovanni Battista Piamarta, lascia Pavone Mella, è il 1° febbraio del 1887. La gente è dispiaciuta ma ha capito e sa: lo attende una grande impresa a favore della gioventù. Anche in questo distacco obbedisce al Vescovo.
Il cammino ora è irreversibile. E la strada a senso unico è imboccata la sera del 3 dicembre del 1886, primo venerdì del mese e memoria di San Francesco Saverio. Don Piamarta è ancora il parroco di Pavone. Ma si trova a Brescia, nella cappella del Sacro Cuore del Seminario di San Cristo: celebra la messa per quattro ragazzi orfani e due chierici. Dopo la celebrazione eucaristica il gruppetto scende non molte decine di metri dal Seminario, in due casupole in un vasto brolo all'ombra dell'antico monastero femminile di Santa Giulia. Ormai è nato l'Istituto Artigianelli. E il fondatore per quei ragazzi non è più il signor curato né don Giovanni. É il padre, semplicemente; padre Piamarta.

E questa paternità quella stessa sera la esperimenta con un gesto tipico dei genitori: nella casa ci sono solo quattro scodelle per la minestra. Sono per i quattro ragazzi. Lui rimane senza. Per amore loro. La sua vita comincia a consumarsi per i giovani. Forse vedendo i quattro ragazzi, ormai suoi figli spirituali, ristorarsi con la povera ma calorosa cena risuonano nel suo cuore le parole che sono per lui un canto, un ritornello costante, la musica e la poesia della sua vita: “per amore, solo per amore”...
Le due povere case vecchie, unite da un tratto di fabbricato recente sono state messe a disposizione da mons. Capretti che con l'amico Piamarta guida il neonato Istituto. Nell'edificio c'è anche una piccola tipografia dal cui lavoro deve venire il sostegno degli orfani.

Se è vero che nella storia dei cristiani non esistono coincidenze ma solo provvidenze, allora è significativo che la nascita degli Artigianelli avviene in un luogo carico di fede, storia e laboriosità. Infatti l'ortaglia circostante è a ridosso di quella che in passato fu il parlatorio del monastero di San Salvatore, ora complesso museale di Santa Giulia. Fondato dal re longobardo Desiderio, per secoli accolse una comunità di Benedettine che hanno sperso la loro vita secondo lo spirito della regola che ha il suo centro nell'ora et labora. Prega e lavora. In quel monastero Manzoni colloca la morte di Ermengarda quando era badessa la sorella Ansa. Secoli e secoli di preghiere e operosità aleggiano in quel luogo, divenuto dopo le soppressioni napoleoniche una caserma e area di depositi vari.

Piamarta ne continua la storia, pur in tempi diversi: pietas et labor è il lapidario motto latino che fa da programma alla sua opera. Si può tradurre fede e lavoro. Infatti la sua preoccupazione è solo quella di trasformare ragazzi che sarebbero figli della strada o di nessuno e, pertanto, indotti a sbarcare il lunario con miseri espedienti o con atti di micro criminalità, col rischio sempre incombente di scivolare nei vizi, nella violenza, nella insignificanza sociale, in ragazzi e giovani completi: buoni cristiani, ottimi cittadini, qualificati lavoratori, capaci di spendere al meglio la propria vita, dando un contributo costruttivo alla patria terrena, nella certezza di essere chiamati alla patria del cielo. Piamarta voleva i suoi giovani con i piedi ben piantati per terra ma con lo sguardo teso a quel cielo che dà valore anche all'impegno in terra.      
Questa opera, certamente nuova e singolare per Brescia, ha però significative analogie e sintonie: l'opera di don Bosco a Torino e quella del Pavoni, ancor prima, a Brescia.
 

martedì 13 agosto 2013

316 - IL FUTURO SI FA PRESENTE: IL SODALIZIO CON MONS. CAPRETTI E OBBEDIENZA

Giovanni Battista Piamarta: una vita per i giovani di Gabriele Filippini

Rispondere ad una chiamata è solo il primo passo. Portarla a compimento domanda anche mezzi e strumenti. Dove reperirli? Il parroco Pezzana non può provvedere a tutto. Il Vescovo ha tanta altre necessità...A don Piamarta viene in mente un prete che può capire benissimo il suo progetto. È il giovane monsignore Pietro Capretti.
Mons. Pietro Capretti nasce nel nel 1842 a Brescia e a Brescia muore nel 1891 non ancora cinquantenne. É uno di quei preti eccezionali, come pochi ne appaiono nell'arco di un secolo. Proviene da una facoltosa famiglia e dopo una raffinata educazione in collegi tenuti da religiosi a Lodi e Monza, si laurea in teologia al Seminario Romano. Docente di ebraico e di Sacra Scrittura in Seminario, gli viene una idea formidabile: aprire un Ospizio, con il suo patrimonio, per accogliere quei chierici poveri che non potevano permettersi una retta. La sua iniziativa parte in una casa privata, poi fa tappa nel monastero di S. Pietro in Castello, per approdare infine nell'antica struttura monastica di San Cristo dove l'Ospizio diviene un vero e proprio Seminario diocesano.

Sacerdote colto, buono, zelante, caritatevole e dalla intelligenza aperta cura le associazioni giovanili, la militanza dei laici nel movimento cattolico, promuove il giornalismo cattolico, la Biblioteca Circolante, la Dottrina Cristiana, Le Società di Mutuo Soccorso. Canonico della Cattedrale e Superiore delle Orsoline diviene il sacerdote di riferimento per tante persone e istituzioni religiose.

Per tutte queste ragioni don Piamarta pensa che don Pietro Capretti sia la persona giusta cui esporre il suo progetto e chiedere un sostegno. Non si sbaglia. Ma Capretti ha le sue visioni e ama un confronto approfondito al proposito.
E proprio mentre i due interloquiscono sul da farsi il Vescovo chiede a Piamarta un sacrificio: lasciare S. Alessandro per diventare parroco di Pavone Mella.

Obbedienza

Mons. Verzeri, infatti, probabilmente ignaro di quanto i due sacerdoti amici stanno progettando è ormai convinto che solo un prete energico e attivo, intelligente ed equilibrato può sanare la piaga pastorale creatasi nel popoloso paese rurale di Pavone. Quel prete corrisponde alla fisionomia di don Piamarta. A nulla valgono le proteste dei parrocchiani e le garbate ma precise richieste di don Pezzana di soprassedere alla decisione: tanto è fermo mons. Verzeri nella richiesta, quanto lo è don Giovanni Battista nell'obbedienza.

Si tratta, infatti, di succedere nella guida della parrocchia di Pavone ad un parroco che per ben 46 anni si è dedicato alla coltivazione dei suoi campi più che alla cura pastorale della sua gente. Questa sua scelta, unita all'indole debole del suo carattere lo mette anche in condizione di essere emarginato da gran parte della comunità, manovrata da gruppuscoli di socialisti e anticlericali che fanno il bello e il cattivo tempo come vogliono.
E così, nel 1883, dopo 13 anni di fervido lavoro in S. Alessandro, don Piamarta lascia Brescia, fra le lacrime e il dispiacere dei suoi parrocchiani e arriva a Pavone Mella come arciprete.
Ormai non è più un novello, si è fatto le ossa e sa da dove cominciare, pienamente cosciente del clima che lo circonda e dalle trame dei gruppi che, col suo arrivo, vedono ridimensionare la loro influenza sociale e politica. A volte si vendicano con infantili scritte sui muri. L'arciprete non si lascia intimidire e percorre un duplice binario: la predicazione ben curata, senza essere retorica, fondata sulla Bibbia e sulla fedeltà al Magistero del Papa e la promozione delle associazioni cattoliche, cominciando da quelle che riunivano le madri e le ragazze. Mossa intelligente: se ha dalla sua parte il mondo femminile anche quello maschile, caratterizzato da un una certa selvatichezza contadina, avrebbe cominciato a frequentare di più la chiesa.

Avviene così, ma non solo: a certe predicazioni straordinarie accorrono anche dai paesi vicini o dai cascinali appartenenti ad altre parrocchie.
Anche a Pavone Mella la sua fede in Dio, il suo cuore di pastore e la sua mente aperta la spuntano su non poche difficoltà: la gente non è più prevenuta, il parroco riscuote simpatia, è autorevole e lo condividono anche nel suo rigore morale, sia quando mette in guardia contro i pericoli del ballo, sia quando difende gli ultimi e gli umili dalle angherie dei potenti. E la sua devozione a Maria lascia segni profondi nell'animo dei fedeli.

È tutto dedito alla sua parrocchia. Ma nel suo cuore non è tramontato il sogno di fare qualcosa per “quei” ragazzi incontrati a Brescia, coinvolgendo pure mons. Capretti.
E per questo di tanto in tanto lascia Pavone per qualche viaggio a Brescia.
 

giovedì 8 agosto 2013

307 - I GIOVANI

Giovanni Battista Piamarta: una vita per i giovani di Gabriele Filippini

Ma preziosa sopra ogni altro aspetto è la sua presenza fra i giovani e per i giovani. Usando come “oratorio” la sacrestia e un piccolo ma provvidenziale cortiletto a fianco della parrocchiale, don Piamarta attira schiere di giovani.
Con la sua simpatia innata, senza cedere al giovanilismo ma mantenendo autorevolezza e, all'occorrenza, severità, li conquista con varie proposte, a cominciare da passeggiate alla portata di tutti, sempre con l'obiettivo di parlare loro di Dio, di far conoscere Cristo e il Vangelo, portarli all'apostolato nella Chiesa, strappandoli alle tentazioni della strada, dal povero stile di vita dei perdigiorno e dagli estremismi delle idee politiche circolanti. Ed è successo. Un successo che non gli monta la testa.

La sera, quando prega, ripensa la sua giornata fra i giovani. E alla sua mente tornano i volti di quei ragazzi che hanno sì l'oratorio come riferimento ma poi? Sono quei ragazzi senza famiglia, senza affetti, che devono arrangiarsi in qualche modo per sopravvivere. Che ne sarà di loro? Chi pensa ad istruirli, a insegnare un mestiere? 
Inoltre è un prete attivo e pio ma non fuori dal mondo. Segue quotidianamente le cronache dei giornali ed è un appassionato lettore del quotidiano cattolico Il cittadino di Brescia. Sa benissimo che sta avanzando inesorabilmente il fenomeno della industrializzazione e dello sviluppo dell'artigianato e del commercio.
Chi avrebbe aiutato i giovani ad affrontare il nuovo mondo evitando il rischio di essere perennemente garzoni di bottega o lavoratori in fabbriche, piccole o grandi, dove lo sfruttamento e il degrado sono norma? Chi li prepara ad una forma più elevata, umana e giusta di lavoro?   

Questi pensieri si fanno quasi una voce che chiama: una vocazione. Il giovane prete si rende conto che non è un suo sogno quello di aiutare i ragazzi più poveri, ma è il Signore che lo chiede. Lui risponde: “dedicherò la mia vita a quei ragazzi. Saranno loro la mia vita”.
Con questa risposta don Giovanni Piamarta mette nel terreno della storia cristiana un seme che diventerà la pianta di una nuova famiglia religiosa dedita alla gioventù.
 

lunedì 5 agosto 2013

302 - UNA VITA DA PRETE

Giovanni Battista Piamarta: una vita per i giovani di Gabriele Filippini

A 24 anni il 23 dicembre del 1865 viene ordinato sacerdote da mons. Gerolamo Verzeri. Il giorno di Natale celebra la sua prima messa a Bedizzole, dove nel frattempo è diventato parroco il suo maestro don Pezzana. 
La celebrazione è quella solenne del Natale e a fare da corona a don Giovanni Battista vi è un gruppo di giovani amici venuti dalla parrocchia cittadina di San Faustino. C'è anche papà Giuseppe. La festa che ne segue è semplice e familiare, tipica di quegli anni di povertà.
Il novello prete ha di fronte anni vivaci e difficili per il contesto sociale e politico: infatti, con il processo che porta all'unità d'Italia nel marzo del 1861, si apre una questione scottante: Roma, capitale d'Italia. Questo significa fare i conti con il potere temporale del Papa, capo dello Stato Pontificio. La Chiesa è vista da non pochi italiani come un ostacolo al progresso e alla edificazione del futuro della Penisola, con tutti gli eccessi anticlericali che ne potevano seguire.

Ma è proprio questo clima fervente, quasi da sfida, che rende entusiasmati i primi passi di un prete bresciano novello che durante la sua prima messa prega il Signore di aiutarlo a non essere un servo inutile. Per questo non perde tempo: già nella festa di Santo Stefano, il 26 dicembre del 1869. Sono anni intensi di lavoro per il giovane curato che cura particolarmente del 1865, parte per Carzago Riviera, sua prima destinazione. A Carzago rimane fino al 5 aprile due settori pastorali: la Dottrina Cristiana e la gioventù. La piccola comunità di Carzago è fatta da famiglie semplici, dedite per lo più al lavoro della terra. É a questa gente buona e umile che spiega con passione il catechismo della Chiesa romana, nel solco della tradizione che era andata con frutto consolidandosi dal Concilio di Trento in poi. Coi giovani, invece, introduce alcune novità quali le serene passeggiate nelle vicinanze, soprattutto a Vallio che ben conosce. E queste ore serene diventano occasione di formazione, catechesi, educazione umana e cristiana. Il giovane prete è bravo e piace. Per questo il parroco di Bedizzole, quel don Pezzana che ben conosce le qualità del curato di Carzago, lo vuole suo collaboratore. Nel 1869 don Piamarta è trasferito a Bedizzole.

Si tratta di una salto che lo inserisce in una realtà pastorale molto diversa: se Carzago conta circa 500 abitanti, Bedizzole ne ha 3.500, sparsi in un vasto territorio di contrade, con le loro cappellanie. Don Giovanni Battista, a fianco dell'amato parroco don Pancrazio, lavora molto. Fa la spola da una frazione all'altra, con quel passo a causa del quale qualcuno lo paragona al “bersagliere”. Coi giovani continua la sua azione illuminata e carica di passione, con un aiuto in più di grande valore e significato: una comunità di Suore Canossiane, famiglie religiosa sorta a Verona all'inizio dell'Ottocento.
Anche a Bedizzole il curato Piamarta è amato e stimato. Ma ecco un imprevisto: alla fine del 1870 il parroco don Pezzana viene chiamato a guidare la parrocchia di S. Alessandro, nel cuore della città. Accetta alla condizione che venga trasferito con lui anche il curato. I due affiatati sacerdoti giungono in città e cominciano un lavoro straordinario.
S. Alessandro è un quartiere eterogeneo, molto diverso da quello popolare di San Faustino. Vi sono bei palazzi nobiliari, sedi istituzionali, case religiose e tante abitazioni popolari. Don Piamarta ha 29 anni, conosce Brescia, va d'accordo col parroco e gli altri sacerdoti della città, ha una grande passione apostolica e si butta a capo fitto nel lavoro pastorale. É proprio in questi anni che viene definito “don argento vivo”, tanto è il suo muoversi e correre di qua e di là. Ma non a vuoto: la sua azione scaturisce da una profonda e autentica vita spirituale. É pure di questi anni la voce che gira fra la gente: è un santo. La gente ha fiuto e vede subito da come celebra la messa, prega, predica...

La presenza di don Piamarta a S. Alessandro è preziosa per la vita liturgica e il decoro della chiesa. Nel periodo di tempo in cui è lui ad interessarsi della sacrestia si dà da fare per dotare la parrocchia di paramenti e arredi sacri degni della loro funzione.
Ma più preziosa ancora è la sua azione fra i parrocchiani. É amato e ammirato dai fedelissimi. Ma è anche stimato dai lontani, generalmente anticlericali per ragioni politiche. Infatti dopo la presa si Porta Pia e la fine dello Stato pontificio sorge la Questione Romana che per decenni vede anche i cattolici, clero incluso, schierati sul fronte liberale che osannava alla nuova Italia unita e il fronte intransigente che valutava la perdita del potere temporale del Papa come una ferita fatta alla Chiesa e una offesa verso la religione.
Piamarta è uomo di Dio e, pur guardando con attenzione ai segni dei tempi e alle vicende nazionali, a lui sta a cuore il bene delle anime. Accoglie ogni persona a prescindere dalle sue idee politiche. Per questo è temuto anche da alcuni notabili “mangiapreti”: sanno che un prete come lui conquista il cuore e, magari, l'adesione alla Chiesa. E negli anni trascorsi a S. Alessandro, ma anche in quelli successivi, non sono pochi i casi di conversioni, anche in extremis, dovute proprio alla testimonianza e al sapiente equilibrio di don Piamarta.
 

sabato 20 luglio 2013

298 - VOCAZIONE? UN NUOVO CAMMINO

Giovanni Battista Piamarta: una vita per i giovani di Gabriele Filippini

Fra il parroco e Giovanni Battista inizia un colloquio che diventa presto un bel rapporto educativo, fino a quando il parroco, pesato per bene la stoffa del ragazzo, gli fa una proposta: “potresti mettere le tue qualità al servizio del Signore... per fare il bene a tanti... facendoti prete...”
Il seme è gettato e il terreno è buono. Giovanni Battista, infatti, non nega di sentirsi attratto dalla vita sacerdotale ma con altrettanta sincerità espone difficoltà oggettive: la salute che non è di ferro e inoltre per diventare prete bisogna studiare anni e gli studi sono costosi. Come potrà permetterselo la sua famiglia?
Per don Pezzana, rassicurato dalla conferma sulla vocazione, il problema è superabile: la salute può essere rafforzata e lui, già professore di grammatica nell' Imperial Regio Ginnasio della città e di storia e geografia in Seminario gli fa da insegnante e i libri può reperirli facilmente. Inoltre trova una benefattrice disposta a pagare con regolarità gli studi.
 
Un nuovo cammino
 
La sua esperienza seminaristica inizia nel 1860, quando ha 19 anni. É fra il numero dei chierici esterni, vale a dire fra quelli che, non potendo pagare la retta intera, frequentano le lezioni e tornano, poi, alla propria casa e parrocchia. L'anno precedente però, quqndo il giovane Piamarta è diciottenne e frequenta ancora la scuola statale seguito da don Pezzana, un significativo e triste avvenimento lo coinvolge come infermiere permettendogli di vivere una forma di volontariato assistenziale ante litteram. Infatti la storica battaglia di San Martino e Solferino fra Austriaci e Piemontesi riversa su Brescia un numero considerevole di feriti: per loro si spalancano le porte di conventi, chiese e scuole. Fra i volontari che curano gli sfortunati soldati c'è anche Giovanni Battista Piamarta che non si risparmia, con convinzione, carità e generosità. Una esperienza che lo segna profondamente e contribuisce a rafforzarlo nella sua vocazione al servizio e a fare il bene agli altri.
Gli anni del Seminario volano via, scanditi dalle classiche tappe che allora conducevano alla desiderata meta dell'ordinazione sacerdotale: gli ordini minori e gli ordini maggiori.
Giovanni Battista Piamarta diventa suddiacono il 17 dicembre 1864 e il 10 giugno del 1865 diventa diacono.
Ma il tempo del Seminario è scandito pure dagli esami: il chierico Piamarta non brilla per voti alti da primo della classe. É piuttosto sul sufficiente e discreto. Ma non è per pigrizia. Anzi: è uno sgobbone e ce la mette tutta. Sul suo rendimento pesa piuttosto la mancanza di una formazione scolastica di base dovuta al ceto sociale delle sue origini e alla istruzione privata fatta in fretta dal pur capace e generoso parroco di Vallio.
Ma in Seminario un altro aspetto mette alla prova il candidato al sacerdozio, forgiandone la personalità e il carattere oltre che il cuore di un pastore: il discernimento. Anche Giovanni Battista Piamarta, come tutti i giovani chiamati, passa attraverso i giorni difficili del dubbio e dei pensieri pessimisti: primo fra tutti quello sulla propria indegnità a diventare ministro del Signore. Si sente povero e inadeguato e pensa che altri giovani sono migliori di lui.
E poi l'altro dubbio: il celibato. Il giovane Piamarta si domanda se gli sarà possibile rinunciare per sempre a formare una famiglia con una ragazza che potrebbe incontrare e capire che è adatta a lui.
Piamarta affronta questo interrogativo con il suo padre spirituale. Ma, come confida lui stesso nei suoi scritti, è un colloquio schietto e confidenziale con don Pezzana che gli fa capire che si tratta di “rinunciare all'amore per l'Amore” e che vale la pena rinunciare al nostro piccolo tutto per quel grande Tutto che è Dio. Piamarta è convinto e, sono parole sue, si “sente libero e gli sembra di volare”.
E infatti, da diacono, spicca l'ultimo volo verso il sacerdozio sereno e lieto, confortato anche dalla ammirazione per un Santo che lo ha particolarmente colpito: San Filippo Neri, il santo della gioia e della innata simpatia per i giovani.
 

venerdì 19 luglio 2013

293 - INFANZIA E GIOVINEZZA

Giovanni Battista Piamarta: una vita per i giovani di Gabriele Filippini
 
Giovanni cresce bene: vivace, allegro, loquace e svelto nel percorrere in lungo e in largo i vicoli al di là e al di qua del Garza. Né mancano le occasioni per unirsi a qualche gruppo di monelli di quartiere per tramare qualche scherzo o dispetto e poi filare via come sassi lanciati dalle loro fionde...
Sono anche anni caldi per Brescia, la Leonessa d'Italia, delle Dieci giornate di lotta contro l'Austria. Nella città lombarda, come in tante altre città d'Italia si respira l'aria del Risorgimento. E anche i ragazzini nei loro giochi non mancano di battagliare e sognare eroiche azioni.
Ma sul piccolo Giovanni vigila mamma Regina: lo corregge, lo riprende, cerca di smussare le angolosità di un carattere che va formandosi: cerca di renderlo meno testardo, meno iracondo e infiammabile per poco come un cerino, nella coscienza concreta che la pianticella si raddrizza all'inizio, oppure cresce storta. Soprattutto lo porta frequentemente con sé in chiesa dove anche lui comincia a sentirsi bene come a casa propria. I preti di San Faustino si accorgono della sua bella voce e lo inseriscono nel coro parrocchiale dove fa anche da solista.
La mamma cura la sua formazione ma cerca anche di mitigare i disagi della povertà a cominciare dalla confezione di grosse maglie di lana per supplire la mancanza di giacca per l'inverno. Ma questa dolce presenza se ne va presto: Regina muore a soli 41 anni.

Giovanni, che ha appena nove anni, esperimenta la tristezza dell'essere orfano. Il papà, a causa del lavoro di barbiere e dell'abitudine a sostare in osteria, non riesce a fare più di tanto per i figli. Per fortuna c'è il nonno materno: la sua figura patriarcale attira il piccolo Piamarta, non solo perché da lui riceve le attenzioni che erano di mamma Regina, ma anche perché il nonno è un ottimo narratore di storie bibliche. Sera dopo sera i personaggi e i fatti della Sacra Scrittura vengono presentati con uno stile colorito e affascinante, attraente e convincente. Per Giovanni è una vera e propria cattedra che prepara il suo futuro di apprezzato predicatore e comunicatore della storia della salvezza. Ma non è solo l'affetto e il fascino fabulatorio del nonno a strappare Giovanni dal marciapiede nelle ore libere dalla scuola: c'è anche la bella esperienza dell'Oratorio di San Tommaso. Qui trova adulti catechisti che gli parlano di Dio, di Gesù e dei Santi e trova tanti amici coi quali giocare e divertirsi senza creare guai o mettersi nei guai.
Si accende in lui una vera e propria passione religiosa al punto che con un amico, un certo Franchini, decide un giorno di andare in Maddalena, un monte fuori porta della città di Brescia, con l'obiettivo di trovare le grotte degli eremiti che vivevano in solitudine con Dio. Trovarle per stabilirsi là. Ma il calare della sera fece calare a valle anche a due piccoli mistici fuggitivi, rientrando nel loro chiassoso quartiere popolare.

Intanto Giovanni Battista cresce. Vivace sì, ma anche con tanti segni di salute cagionevole. E il nonno si chiede cosa potrà fare da grande: è intelligente, agile, sognatore, ma non ha una salute di ferro. Scartata la bottega di barbiere del padre, già poco frequentata dai clienti, il saggio nonno indirizzò il nipote presso Zanolini, apprezzato materassaio della città. Il lavoro era quello di apprendista: dieci ore al giorno a totale disposizione, paga equivalente ad una mancetta della domenica, fatica tanta. Giovanni Battista ce la mette tutta e si fa ben volere dallo Zanolini. Ma la sua salute va deperendo: è pallido, immalinconito, deperito. Il materassaio che era uno di quei padroni con un po' di cuore si preoccupa del suo apprendista e gli viene un'idea: inviarlo dove l'aria è più salubre e dove può riposarsi e riprendersi. A sue spese lo indirizza a Vallio, una località che, alcuni decenni dopo, diventerà centro termale, in mezzo al verde del Colle di Sant'Eusebio che collega la Val Trompia e la Val Sabbia.

A Vallio Giovanni Battista fa lunghe passeggiate nei boschi, ricchi di facili e lunghi sentieri. Con facilità fraternizza anche con i ragazzi del luogo. Ma i suoi tragitti e i suoi orari prevedono sempre una tappa e una sosta che ritiene sempre più importante: la chiesa parrocchiale, dove nella solitudine può continuare il colloquio con quel Gesù, maestro e amico che aveva avuto modi di ben conoscere all'Oratorio San Tommaso e con quella Vergine Maria che mamma Regina in San Faustino gli indicava come la madre di tutti.
Il parroco di Vallio, don Pancrazio Pezzana, cui sfugge ben poco della vita della piccola comunità, si accorge subito di quel ragazzo di città, tanto socievole con gli altri quanto devoto e silenzioso davanti al Santissimo Sacramento.

lunedì 15 luglio 2013

289 - L'AMBIENTE

Giovanni Battista Piamarta: una vita per i giovani di Gabriele Filippini

É il 26 novembre del 1841. Nel cuore della vecchia Brescia, nel quartiere popolare che gravita attorno alla chiesa dei Santi Faustino e Giovita, patroni della città, c'è il solito via vai e il chiasso di ogni giorno: lavandaie e conciatori animano la strada centrale solcata da un corso d'acqua, una roggia detta enfaticamente fiume Garza. Graziosi ponticelli collegano i due lati della via, resa vivace dalla presenza di commercianti, venditori ambulanti, bande di ragazzini che non conoscono certamente l'obbligo scolastico. Né mancano osterie e bettole.
Nella vecchia casa a più piani che sorge proprio di fronte alla chiesa dei Patroni, che è anche parrocchiale, nasce un bambino, figlio di Giuseppe Piamarta e di Regina Ferrari, sposati dal 1836,
Lui è il tipico buon uomo dedito alla sua attività di barbiere. Non disdegna, però, fra una barba rasata e un taglio di capelli, bere un bicchiere di vino. E quando i bicchieri sono tanti Giuseppe diventa intrattabile.
Regina, invece, è una donna dolce e forte, dai solidi principi morali e di una pratica religiosa convinta e assidua, decisa nell'educare bene i figli, senza troppo concedere ai capricci infantili.
Il neonato è battezzato il giorno dopo, 27 novembre, nella cappella che funge da battistero, a ridosso della chiesa. Il piccolo viene chiamato Giovanni Battista e il sacerdote celebrante è don Luigi Apollonio, grande educatore e benefattore della Brescia del tempo.
La casa dei coniugi Piamarta è allietata da cinque nascite, ma in una epoca di alta mortalità infantile, solo Giovanni Battista e Luigi Francesco, nato nel 1850, riescono a sopravvivere.
 
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