LA PRESENZA DELLA CONGREGAZIONE SACRA FAMIGLIA DI NAZARETH NEL MONDO
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martedì 16 ottobre 2012

109 - “L’UMILE PIAMARTA”

E’ sorprendente constatare come i contemporanei, nel riferirsi a Padre Piamarta, usassero quasi immancabilmente l’espressione “l’umile prete bresciano”, capace di sorprenderli per le sue realizzazioni. L’espressione poteva alludere a molte cose, che andavano dalla sua povertà e semplicità al suo mettersi all’ultimo posto, fino alla sua capacità di comprensione e di servizio ai poveri e agli umili. Dalla testimonianze, si può dire che mentre la stampa dava un’accezione prevalentemente sociale alla sua umiltà (proveniva da un ambiente povero, ha operato tra i poveri), quelli che vivevano con lui ne accentuavano la dimensione ascetica (era un uomo umile di fronte a Dio e alle persone umane).

Ma certamente in tutti c’era un’allusione al paradosso della sua “piccolezza evangelica”, alla quale il Signore Gesù, lui stesso fattosi personalmente piccolo, aveva dato le sue preferenze: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”- (Mt 11,25)-

Le testimonianze sono dunque unanimi nel riconoscere la sua straordinaria umiltà. Ma in che cosa consisteva in realtà questa sua riconosciuta umiltà? Sarà bene evidenziare i fatti e gli atteggiamenti pratici ,più che le parole, sempre dubbie quando si tratta di questa materia delicata. Riflettiamo dunque su alcuni segni di una vera umiltà,chiaramente presenti in Padre Piamarta.

1. Saper ringraziare

L’umile è colui che riconosce il suo nulla, un nulla che ha ricevuto l’essere da Dio, assieme a tutti gli altri doni. L’umile è colui che riconosce la sua verità, cioè il suo essere dono e quindi sa di dover ringraziare. “Che cos’hai che non l’abbia ricevuto. E se l’hai ricevuto perché te ne vanti, come se non l’avessi ricevuto”? Il superbo non sa ringraziare, perché pensa che tutto gli sia dovuto. Si dice che Satana si sia ribellato a Dio per il peso insopportabile della gratitudine. Satana non ha accettato il posto di secondo che deve riconoscenza al Primo. Il superbo non accetta d’essere inferiore, neppure nel momento in cui riceve. Spesso siamo ingrati perché siamo superbi. In questo dimensione si può comprendere la profondità del detto di Padre Piamarta: “La gratitudine deve essere la prima virtù dell’Istituto”.

Il primo atteggiamento di fronte a Dio è quello di ringraziarlo per l’esistenza e tutti gli altri doni. La gratitudine innanzitutto è un gesto religioso, un riferimento “teologale”, nei confronti del Datore di ogni dono. Ma la gratitudine è anche riconoscimento di quanto dobbiamo agli altri. E Piamarta aveva avuto l’esperienza di una fanciullezza tribolata, attraversata senza naufragi per l’intervento di persone generose. E anche da questa sua esperienza ha imparato a ringraziare per i doni ricevuti. Piamarta ha lettere delicatissime di ringraziamento nei confronti dei benefattori, riconoscendo che il merito del bene fatto dall’Istituto era tutto merito loro. E le prime ad essere ricordate sono le persone umili, quelle che hanno servito in silenzio e con dedizione fin dagli inizi.

Soprattutto sapeva apprezzare l’apporto dei suoi collaboratori, sia interni che esterni, mettendo in risalto in pubblico e in privato il loro contributo, ritirandosi spesso tra le quinte, per lasciar emergere il loro apporto. Benché il peso economico della Colonia Agricola fosse tutto sulle sue spalle, lasciò tutti gli onori al Bonsignori, in forma esplicita riconoscendo che lui il Bonsignori era la mente e in forma implicita non apparendo mai a Remedello quando c’erano visite illustri o momenti celebrativi.

Piamarta sapeva apprezzare i “profeti in Patria”, le capacità deii suoi più stretti collaboratori, valorizzandoli al massimo, mettendo in luce i loro talenti, incoraggiandoli a metterli in luce, e lasciando loro spazio, dando loro fiducia, giungendo persino a tentare più di una volta, ma inutilmente, di dimettersi “per non essere d’inciampo” all’opera. Certamente è anche per questo che benefattori e collaboratori erano tanto attaccati alla sua persona, vedendo la sua totale dedizione all’opera, senza credersi indispensabile!

2. Il mistero dell’obbedienza
Chi è veramente umile sa che è Dio che conduce la storia e che il riconoscimento di questa realtà, passa attraverso l’accettazione dell’obbedienza. La quale diventa riconoscimento del protagonismo di Dio e accettazione evangelica dell’essere “servo e soltanto servo”. Piamarta è prontissimo all’obbedienza, anche in situazioni in cui obbedire significava un salto nel buio o l’abbandonare progetti per il bene, accarezzati da tempo. Umanamente era inspiegabile la sua nomina a parroco di Pavone Mella, dopo che sembrava imminente l’apertura dell’Istituto, da tempo sognato con Mons.Capretti. Ma accetta e si dedica alla sua parrocchia con impegno e senza obiezioni.

Più difficile ancora sarà la richiesta della rinuncia alla stessa parrocchia, in un momento in cui Piamarta non vedeva un futuro all’opera condotta con criteri da lui non condivisi. Rinunciare alla parrocchia significava mettersi in una situazione fallimentare e senza prospettive. Ma per un umile, l’obbedienza è un rinunciare alla debole luce dell’evidenza umana per lasciarsi illuminare a guidare dalla luce sicura della volontà di Dio. Significa rinunciare a percorrere i propri sentieri per immettersi sulle strade di Dio.

Per questo, quando il Vescovo glielo chiede, non tergiversa un secondo, scrivendo: “Rassegno nelle venerabili sue mani la rinuncia a questa Parrocchia per poter tutto dedicarmi alla santa opera della coltura morale dei poveri giovanetti nel nascente Istituto”.

Il gesto doveva aver suscitato sorpresa e ammirazione se è vero che molti anni dopo il Vescovo di Tortona ricordava ” l’impressione che faceva a noi giovani chierici quest’uomo che aveva rinunciato all’affetto e alle consolazioni della parrocchia di Pavone, che apriva con stupenda fecondità Istituti, Case di Suore, Colonie Agricole, che fondava con l’intuito dei santi una Congregazione” .

E anche quando ha manifestato al Vescovo il suo desiderio di restare tra i suoi ragazzi, la sua famosa “No Eccellenza, morirò qui con i miei giovani”, era subordinata alla volontà del Vescovo. E così, obbedendo ha trovato la strada che il Signore aveva preparata per lui e soprattutto per i suoi ragazzi.
C’è un altro momento delicato, in cui l’obbedienza significa fiducia nella Provvidenza e umile riverente accettazione del desiderio del Vescovo, anche se ciò comporta un danno per i suoi ragazzi. Forse vale la pena di fermarsi un poco su queste episodio.

Siamo nel 1912, ultimo anno di vita del Padre e si stavano concludendo le trattative per la divisione del legato di Mons Capretti tra il Seminario di Brescia e l’Istituto Artigianelli. Il Vescovo aveva avocato a sé la decisione.

Piamarta chiede con grande deferenza e umiltà più volte d’essere ascoltato dal Vescovo o almeno di “delegare a sentirmi S.E Gaggia, Mons. Marcoli e Mons. Bongiorni”. A questa udienza ci teneva molto fino a scrivere che sentendo vicina la morte. “benedirei di gran cuore Gesù Benedetto se la mia chiamata seguisse immediatamente dopo il colloquio con V.E.”.

Il Vescovo gli fa sapere che la questione è già chiusa e “non sia proprio il caso di tornarci sopra”. Pronta la risposta del Padre: “Non ho più nulla da aggiungere. Se ho tanto insistito, fu unicamente per il bene del povero Istituto. Ora mi recherei a coscienza ad insistere più oltre con S.Ecc. per l’alta Riverenza che gli devo e per uno specialissimo riguardo alla veneranda sua canizie. Faccia Sua Ecc. quel che giudicherà meglio innanzi al Signore Egli è Padre e Padre tenerissimo di tutti, non dubito che terrà presente il povero nostro Istituto che non è meno di S.Ecc. che del compianto Mons. Capretti. A lui mi affido pienamente”.
Pur essendo convinto che le cose potevano andare diversamente, egli accetta la decisone del Vescovo con umile e sincera obbedienza, lasciando le cose nelle mani della Provvidenza.

3. Non sentirsi benefattore

Il Padre era un manzoniano. Egli citava sovente il Manzoni per dare forza ad alcune verità evangeliche che gli stavano particolarmente a cuore. A questo proposito rileggeva volentieri per sé e per i suoi collaboratori quella predica che il Manzoni, nei Promessi Sposi mette sulle labbra di Padre Felice, quando parla ai guariti di peste.

Sono parole che si dovrebbero dire ai ragazzi, quando hanno terminato la loro permanenza tra di noi: “Per me e per tutti i miei compagni che, senza alcun nostro merito, siamo stati scelti all’alto privilegio di servire Cristo in voi, io vi chiedo umilmente perdono se non abbiamo adeguatamente adempito un sì grande ministero. Se la pigrizia, l’indocilità della carne ci ha reso meno attenti alle vostre necessità, non pronti alle vostre chiamate; se un’ingiusta impazienza, se un colpevole tedio ci ha fatti qualche volta comparirvi davanti con un volto annoiato e severo; se qualche volta il miserabile pensiero che voi aveste bisogno di noi ci ha portati a non trattarvi con tutta quell’umiltà che si conveniva; se la nostra fragilità ci ha fatto trascorrere a qualche azione che vi sia stata di scandalo: perdonateci!Così Dio perdoni a voi ogni debito e vi benedica!”

Sentiva di dover crescere in umiltà per non pensare d’essere un benefattore, dal momento che non era che un servo che aveva avuto il privilegio di essere chiamato a servire il suo Signore nei ragazzi.

Non poteva vantarsi d’aver fatto del bene, perché sapeva di dover chiedersi prima se aveva servito Lui o se aveva promosso la propria immagine, se aveva servito con umiltà il suo Signore o se aveva maltrattato i suoi figli credendosi a loro superiore o migliore, se aveva servito anche quando comandava o se aveva comandato anche quando diceva di servire. O per usare le parole di Padre Felice: “Sentendo che la vita è un dono suo, ne facciamo quella stima che merita una cosa data da Lui, e la impieghiamo nelle opere che si possono offrire a Lui”. L’umiltà è entrare nella verità essenziale delle cose: è comprendere che servire il prossimo bisognoso è servire il Signore, e ciò va fatto con tutta l’attenzione, la venerazione e l’amore che merita. E questo è un privilegio, perché servire a Lui è regnare.

4. Vera e falsa umiltà

Mentre trovava grande stima e appoggio nei laici, sentiva che una parte del clero non aveva grande fiducia nelle sue capacità di realizzatore, specie dopo la separazione da mons.Capretti, ritenuto la mente. Che cosa poteva fare lui, povero e senza esperienza? Pochi si aspettavano da lui tanta abilità e capacità imprenditoriale e autorevolezza morale…

L’amico P. Zanetti avendo sentito del prodigioso sviluppo dell’opera nel primo decennio, informato anche da un fratello monsignore in Duomo, lo mette in guardia, scrivendogli preoccupato dall’India: (attento) “che lo sviluppo dato in così breve tempo a tante opere, sia troppo repentino, perché sapete che substantia festinata minuitur (Ciò che è accumulato in fretta dura poco). Credo che vi troviate non solo molto occupato, ma anche quasi esausto. Permettete una parola da amico. Non dubito punto che mentre attendete agli altri, tralasciate voi stesso, ma siccome so che la tentazione può occorrere di fare meno di ciò che dobbiamo pel nostro spirituale progresso quando siamo eccessivamente preoccupati per gli altri, permettetemi che vi dica da vero amico che la principale carità comincia da noi stessi”.Lo invitava insomma alla prudenza e a curare anche la sua personale santificazione…

Lo stesso Capretti gli aveva scritto: “Nei tuoi santi e forse anche soavissimi slanci, dovresti cercare qualcuno che servisse un poco di zavorra alla navicella, per evitare il naufragio”. Gli raccomandava insomma d’essere prudente e di non fare passi troppo lunghi per “non fare naufragio”. Ma il Padre sapeva ben distinguere la vera dalla falsa umiltà:
“E’ vero che posso sembrare a tratti imprudente, e forse lo sono. Ma non riesco a stare con le mani in mano quando vedo i ragazzi che soffrono, quando vedo la cattiveria diffondersi, quando vedo “tanto egoismo domestico e sociale”, tante necessità urgenti. Subito mi domando: che cosa posso fare? E’ vero che posso sembrare presuntuoso, perché vorrei risolvere questi problemi, io, senza mezzi e senza gli appoggi che contano. Ma se non avessi avuto questa passione o ossessione, non avrei mai fatto nulla.

E così mi dispiace di non essermi lasciato condurre sufficientemente da questo impulso interiore, anche se non mi dispiace d’essermi circondato col tempo da buoni amministratori e consiglieri che hanno sopperito ai miei difetti e inadeguatezze”. Mi sono sempre considerato il servo che ha ricevuto un solo talento, ma non ho voluto seppellirlo anche a costo di sentirmi criticato come utopista, sognatore e altro, proprio per non sentirmi dire la dura condanna che il padrone ha dato al servo che ha coperto la sua pigrizia con la falsa umiltà o la scusante della prudenza reverenziale. Non seppellire nulla, ma far fruttificare tutto per la gioventù” (Dal “Diario)..

E di fronte al mare di tribolazioni, né poche, né piccole, confessava ca\ ndidamente: “Anche di questo benedico il Signore, perché mi servono mirabilmente a tenermi sempre molto basso, terra a terra e affidarmi, fiduciosissimo nelle sole amorosissime braccia della Divina Provvidenza”. Non andava alla ricerca degli applausi,o della gloria degli uomini, ma poteva dire: “Sono un miserabilissimo, ma il Signore mi dà sempre la grazia di non cercare che la sua gloria unicamente”

5. Sa chiedere scusa e rispettare tutti, anche nei momenti di tensione
P. Serioli riferisce che in una riunione il Padre aveva richiamato energicamente P. Alberti, economo. “Io, giovane sacerdote mi permisi di fargli osservare che la riprensione mi sembrava un po’ troppo forte. Ricordo che egli, senza esitare, chiese perdono dinanzi a tutti”. Riconosceva di poter sbagliare e di aver sbagliato, con prontezza, dando un forte esempio di umiltà ai presenti . Sapeva e metteva in pratica l’ammonimento di San Paolo: “Il sole non tramonti sulla vostra ira”. Anche nel momento di massima tensione, non si lascia sfuggire una parola che non sia meno che rispettosa. Esemplare è il comportamento evangelico, degno di due santi, di Capretti e di Piamarta in un momento delicato dei loro rapporti, causa una seria divergenza sull’impostazione del futuro Istituto Artigianelli.

Capretti invia a Piamarta due lettere in cui gli dice chiaro: se vuoi andare avanti, paga tu…Ma poi conclude: “Guardiamo e preghiamo entrambi che in tutto questo non entri lo zampino dell’amor proprio, zampino di cui io non posso certo negare le tentazioni per conto mio. Il Signore allora illuminerà e farà finire bene ogni cosa”. E Piamarta: “Sa il Signore quel che desidererei offrirle, onde attestarle la venerazione,l’affetto, la gratitudine che per tanti titoli le debbo”…”Sempre a Lei figlio ossequiosissimo e pienissimamente sommesso…infimo dei suoi figli”.

I santi possono avere idee diverse, ma si incontrano nell’umiltà e nel rispetto reciproco. E qui potremmo aggiungere alcune delle sue espressioni più frequenti. Ma forse è bene fermarsi a riflettere sui segni tangibili dell’umiltà di P. Piamarta, sul suo saper ringraziare, obbedire, non sentirsi benefattore, non confondere la vera con la falsa umiltà,saper chiedere scusa, tutti segni verace di una autentica umiltà. E concludere con le parole di un ex alunno: ”Merita gli onori degli altari per la sua umiltà”.

6. Il mio tricorno

I collaboratori del Padre insistevano sulla sua allergia a farsi fotografare. Possiamo concludere con questa variazione sul tema dell’umiltà: “In occasione del XXV dell’Istituto, sono stato costretto a posare per il ritratto fotografico di gruppo, assieme agli alunni. Detesto questa moda di fotografare e di farsi fotografare. Mi dicono che è per ricordare e per documentare. Mi sollecitano di accettare per far piacere ai ragazzi che porteranno con sé questo bel ricordo della loro giovinezza. Ho ceduto per accontentare i ragazzi. Quanto alla documentazione ho dei dubbi: le cose del passato si guardano con curiosità e subito annoiano, quando non fanno sorridere. Di quello che appare dal mio ritratto è più facile che resti il mio tricorno che le mie sembianze. Onore dunque al mio tricorno. Ma per poco perché anche lui passerà.“Vanità delle vanità, tutto è vanità”, dice l’Ecclesiaste, “tranne che amare Dio e a Lui solo servire”, aggiunge l’aureo libretto dell’Imitazione di Cristo. Non mi resta che amare Lui e i fratelli, per salvarmi dalla infinita vanità del tutto. E così posso pensare che se ho fatto la fotografia di gruppo per amore dei ragazzi, mi sono salvato dalle vanità! Che grande cosa è l’amore: salva ogni cosa! Caro tricorno, non pensiamoci più e siamo lieti d’essere fotografati con i nostri ragazzi” (Dal Diario).

Padre Pier Giordano Cabra

sabato 29 settembre 2012

89 - SANTIFICARSI EDUCANDO

“(P. Piamarta) ci parlava dei giovani ch’erano andati crescendo di numero, dei vecchi usciti da tempo, divenuti capi-officina, ottimi operai, padri di famiglia; del ricordo che conservavano per l’istituto, delle lettere che scrivevano. E non taceva dei pochi che s’erano presto dimenticati di tutto e avevano mutato bandiera e non si erano fatti più vivi. Quanto strazio in quelle parole! Egli li ricordava tutti e forse pensava, sperava in un giorno non lontano nel quale sarebbero tornati, avrebbero scritto ancora, si sarebbero ricordati di un’educazione ch’era stata intesa a premunirli contro i pericoli della società.
No! La fama di sacerdote dal cuore grande, ardente, pio che l’aveva circondato, non era né falsa, né esagerata: noi sentivamo in quel momento di doverla credere ancora troppo piccola di fronte alla realtà”.
E’ uno stralcio della commemorazione fatta da La voce del popolo,una settimana dopo la scomparsa di P. Piamarta, che testimonia come dalla sua passione educativa, con i suoi successi e insuccessi, emergesse la sua santità.
Alcune pagine del suo “diario” possono aiutare ad entrare nella sua prospettiva spirituale che vede nell’azione educativa non solo un’attività nei confronti degli altri, ma un’attività nei confronti di se stessi e della propria crescita spirituale.

1. Il primo obiettivo dell’educazione sta nel conquistare i cuori. Ma ciò esige il dominio di sé, della pratica delle mitezza:“Beati i miti, perché possiederanno la terra”. “Oggi non sono contento di me. Ho dovuto riunire i ragazzi e fare un solenne richiamo per un furto avvenuto a danno di uno di loro. Non avendo trovato il responsabile, di fronte all’impressione di omertà, mi sono alterato, ho alzato la voce e ho minacciato castighi, con eccessiva severità. Non posso tollerare che avvengano queste cose, ma non posso tollerare neppure che io perda la pazienza in questo modo, col pericolo di perdere anche la fiducia dei miei ragazzi.

Beati i miti

Vivere a contatto con i ragazzi è una continua provocazione, specie in certi momenti, quando danno proprio l’impressione di voler fare il contrario di quello che dovrebbero fare. In questi momenti si corre il rischio di diventare pessimisti, di vedere solo i loro lati negativi, di considerarli irriducibili, di pensare che si stia perdendo il tempo con loro. Per fortuna ci sono altri momenti dove manifestano il loro volto positivo, che incoraggia e consola. Sempre occorre ricordare che l’educazione è una questione di cuore, dal momento che si riesce ad incidere nella misura in cui si conquista il loro cuore.
“Beati i miti, perché possiederanno la terra”, ha detto il Signore. Beati coloro che sono miti perché possederanno i cuori, che sono la terra su cui siamo chiamati a seminare. Possedere il cuore dei giovani è il punto più alto dell’ educazione, perché essi possono dimenticare molte cose, ma non dimenticheranno mai la bontà illuminata, che conquista. Il mite non deve convincere il giovane che quello che sta facendo ‘lo fa per il suo bene’, perché lo dimostra con il cuore.
Il mio San Francesco di Sales scriveva che “la mitezza è l’amorevole simpatia verso ognuno nelle sue condizioni particolari, nelle sue debolezze e nelle sue necessità quotidiane”.
Per essere buoni educatori non basta esigere che un ragazzo compia il suo dovere, ma dobbiamo comprendere il momento che sta passando e le domande che vorrebbe fare.
Certe ribellioni vengono da bisogni non compresi e non soddisfatti.

Amare, amare, amare..

“Amare, amare, amare” scrive Alessandro Manzoni. Chi ama è paziente, non si lascia amareggiare da qualche risposta impropria, tiene presente il carattere e l’età del ragazzo. Ma come è difficile avere attenzione per tutti e per ciascuno, senza fare differenze e senza correre il rischio di curare il proprio gruppetto di “simpatici”.
Penso che il formarsi un cuore mite, comprensivo e amabile verso tutti, sia non solo un obiettivo del buon educatore, ma anche un mezzo di santificazione personale.
L’educatore si santifica quando è fermo nelle mete da raggiungere e paziente e comprensivo nei mezzi, quando richiede prima a sé quello che domanda agli altri, quando non esige tutto e subito ma sa rispettare i tempi di maturazione, quando cerca di comprendere quello che lo Spirito opera in quella persona, quando non si lascia dominare dalla passione.

Una parola consolante

Proprio oggi il Signore mi ha consolato, facendomi incontrare queste parole di un Padre della Chiesa: “Il Signore non dichiara beati quelli la cui vita è immune da passioni. Il Signore non condanna quelli che soccombono accidentalmente alle passioni, ma chi le coltiva deliberatamente.

E’ connaturale alla nostra debolezza veder sorgere in sé degli impulsi senza volerlo. Felici coloro che non cedono facilmente agli impulsi della passione, ma sanno dominarli” (Gregorio di Nissa).Mi accorgo che devo ripetere più frequentemente: “Gesù mite e umile di Cuore, fa il mio cuore simile al tuo”, perché grazie alla tua mitezza, io possa possedere il cuore dei miei ragazzi per farli crescere secondo i loro talenti e come vuoi Tu”( 23. CONQUISTARE I CUORI)

2. Per educare bisogna crescere nella pazienza e nella fiducia dell’azione di Dio

“Ieri è salito da me un giovane collaboratore, un chierico molto impegnato nell’educazione, alquanto demoralizzato per il comportamento di alcuni suoi ragazzi. Era talmente deluso che voleva gettare la spugna. Tutto gli sembrava inutile. Mi pareva immerso in un mare di amarezza e di sfiducia nella sua e nostra azione educativa. L’ho lasciato parlare a lungo, partecipando alla sua afflizione, che anch’io ho conosciuto.
Poi, sempre facendo tesoro dell’esperienza, gli ho ricordato che i suoi sentimenti erano degni di ammirazione, perché dettati dall’amore. Infatti chi ama si preoccupa, si affligge: "Piangete, amanti, poi che piange Amore", diceva Dante.
Chi non ama a fondo i giovani, non soffre per la loro situazione. Ma chi non sa soffrire, non sa neppure gioire con loro e per loro.

Beati gli afflitti

Questa preoccupazione è buona e gradita a Dio: è cosa buona essere preoccupati e rattristati per la palude che trattiene i giovani. E’ cosa buona soffrire per l’imbarbarimento dei costumi. E’ giusto indignarsi per i cattivi esempi, per le nuove forme di male presentate in forma attraente o come cosa naturale o come comportamento normale.
E’ buono e giusto tentare di reagire, convinti che il progresso non può avvenire solo nel male.
La gioventù, che tutti invidiano, in realtà è l’età più povera, soprattutto perché sovente influenzata dagli esempi facili e devastanti degli adulti.
Se è vero che “bisogna passare per molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio”, è anche vero che chi le affronta con coraggio può dire con San Paolo:“Sovrabbondo di gioia in mezzo alle mie tribolazioni”.
Infatti anche per gli educatori il Signore dice: “Beati gli afflitti perché saranno consolati”

Non vi affannate

C’è anche il detto del Signore: “Non vi affannate”. Non lasciatevi prendere dall’ansia, perdendo la speranza, diventando dimissionari e catastrofici. Un educatore apprensivo non favorisce la trasmissione delle mete positive. Il vangelo è buona notizia perché dice che Dio è presente anche in questa situazione e potrebbe chiederci la sofferta fedeltà alla nostra missione, quale contributo alla loro salvezza. Dio opera silenziosamente: le sue vie non sono le nostre, i suoi tempi non sono i nostri. Occorre fiducia in quest’opera nascosta e silenziosa di Dio. E’ Lui che volge al bene la nostra sofferta preoccupazione, rovesciando le cose. E’ necessario aver fiducia nella forza ‘redentrice’ di questa nostra sofferenza: essa piace a Dio. E’ bene dunque preoccuparsi, ma senza affanno, senza perdere la fiducia nella sua fecondità.

Parlare a Dio

Se è necessario parlare di Dio ai nostri ragazzi, è ancor più necessario parlare a Dio di loro. Pregare per i nostri giovani, con la fiducia di Santa. Monica, alla quale era stato assicurato che: ”è impossibile che si perda un figlio di tante lacrime...” Pregare e poi lasciar fare al Signore: preoccuparsi senza perdere la fiducia nella sua potenza perché e’ Lui che consolerà, che troverà soluzioni, che porterà a maturazione e utilizzerà.

“E tu - ho concluso al mio giovane promettente collaboratore – tu devi imparare a superare questo momento, anche per essere in grado di educare con efficacia i tuoi ragazzi a superare le delusioni che li attendono. Bisogna saper trarre una lezione da ogni sconfitta per aiutare gli altri a non lasciarsi piegare dalla sorte avversa. Mostrati forte, non farti vedere deluso, non abbatterti. Insegnerai con l’esempio che si possono affrontare tutti i guai.
Dio infatti ci consola nelle nostre tribolazioni, perché anche noi possiamo consolare i tribolati”.
(25. DELUSIONI E CONSOLAZIONI)

3.Una educazione vera sa additare le mete, esigendo molta fortezza interiore.


“Mi è stato detto, e più di una volta, che sono un uomo forte. Avverto che lo dicono ora con intento elogiativo per la mia tenacia nel perseguire gli obiettivi, ora con un non troppo velato rimprovero, alludendo al mio carattere considerato inflessibile.
Sapessero quante volte invoco il dono della fortezza per affrontare i problemi quotidiani! Prego per ottenere la costanza e la perseveranza nella missione affidatami, e prego anche per non lasciarmi travolgere dagli eventi. Ogni giorno chiedo umilmente al Signore di poter dire con San Paolo: “Tutto posso in Colui che mi da forza”! Perché “mia forza e mio canto, sei Tu Signore”. La missione dell’ educazione la sento superiore alle mie povere forze umane. Se è vero che l’educazione deve arrivare al cuore e da qui ripartire e se è vero che solo Dio può toccare il cuore, allora è necessario chiedere quel supplemento di aiuto che permette di varcare le soglie del cuore dei nostri ragazzi

Forti nella prova

Prego anche di saper educare i miei giovani alla fortezza, una virtù spesso latitante e fraintesa. Non è fortezza il pretendere di vincere sempre, ma l‘allenarsi ad accettare serenamente gli alti e bassi delle vicende umane, dove non ci sono solo risultati positivi, ma anche i negativi. Se è da forti accettare la competizione, è da fortissimi il saper riconoscere i propri limiti. Non è da forti “piangersi addosso”, per un insuccesso, ma ripartire con realismo e fiducia. “Come si vince a Waterloo”, o “come far tesoro dei propri limiti”, “o come amministrare bene i propri talenti”: sono tutte espressioni di vera fortezza.
A noi non è richiesto di aver sempre successo, ma di far fruttare al massimo i nostri talenti, che sono diversi e complementari. Sovente un insuccesso è più utile di un successo, al fine di conoscere se stessi e stimarsi per quello che veramente si è.

Forti nella fede

Come mi fanno pena i lamentosi e quelli che incolpano sempre gli altri delle proprie disavventure, così mi sento in dovere di scuotere quelli che non hanno il coraggio della propria fede: Trascrivo qui alcuni appunti di predicazione ai miei ragazzi: “Noi cristiani non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio” (1 Cor 2,12). E lo Spirito di Dio ci aiuta a contrastare ciò che piace al mondo. Ecco le massime del mondo che sono agli antipodi di quelle di Gesù Cristo: “il perdonare a chi ci fa del male è una debolezza; moderare l’ambizione è un mancare di coraggio; la gioventù deve correre senza posa la via dei piaceri e soddisfare tutti i gusti”. Ora perché molti ,ma molti, cristiani le seguono? Perché non si ha il coraggio di andar contro corrente; si ha vergogna di rimanere soli. E allora si dice: così si vive nel mondo, bisogna operare con gli altri… Ma noi non abbiamo ricevuto lo spirito di questo mondo, noi abbiamo ricevuto lo Spirito di Cristo che ci invita a non essere schiavi del mondo, a non temerlo, a “disprezzare il suo disprezzo”, a guardare avanti, perché il cristiano è l’uomo del futuro, l’uomo che pensa che il “più” è davanti a noi”.
Il mondo infatti passa e noi passiamo con esso. “Ma chi fa la volontà del Signore rimane in eterno”. Quante volte ho insistito e insisto su questo tasto: il futuro appartiene a chi ha le idee più chiare e a chi è disposto a pagare per queste idee! E le nostre idee sono basate sulle promesse di Cristo!

Una grande storia

Noi abbiamo nella storia della santità una miniera di esempi convincenti di personalità forti e affascinanti. Come erano attenti i miei ragazzi quando narravo gli episodi di eroismo dei martiri, i viaggi e il coraggio di San Paolo, le imprese di Francesco Saverio, l’amore a Cristo di Francesco d’Assisi, la conversione e la sapienza di Agostino. E’ una grande storia da conoscere, da narrare, da far rivivere nell’oggi, da continuare. Come si arricchirebbe anche l’umanità dei nostri ragazzi, così poveri di modelli positivi.
(28. PIU’ CORAGGIO)

4. Comprendere per educare. Pazientare per ottenere frutti, a suo tempo. Essere misericordiosi.
“Ho tra le mani la lettera di un ragazzo, che avevo minacciato di sospendere dall’Istituto, nella quale, tra l’altro, scrive: “Le scrivo per poter riparare al dolore recatoLe colla mia mancanza. Le domando perdono, sperando che non vorrà negarlo ad un povero orfanello, che Lei raccolse in casa sua, il quale in un momento di sventatezza e di spensieratezza si è lasciato vincere da un compagno perverso, disgustando così Lei” . Questi ragazzi mi rubano il cuore. Sono birbanti, sovente frutto dell’ambiente in cui sono cresciuti … me ne combinano di tutti i colori...ma il Signore me li ha affidati così come sono, perché possano sentire un poco di affetto ed essere sicuri che nella vita potranno trovare sempre chi li comprende..
Nei momenti di conflitto circa le decisioni da prendere, quando sono combattuto tra severità e comprensione, mi vengono alla mente le parole del Signore:”Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”. Come pure mi si fanno presenti considerazioni del libro della Genesi, dove, dopo il diluvio, il Signore stringe un’alleanza gratuita, in cui non richiede nulla al partner umano, perché sa che “l’ istinto del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza ( Gen 8.21).

Una condizione di fragilità

Non solo: ma quando sono tentato di usare le maniere sbrigative, mi sforzo di pensare alla mia adolescenza, alle mie attuali difficoltà nel fare il bene, al mio bisogno di non essere frainteso. E allora come posso non essere comprensivo e misericordioso? Essere misericordiosi è una beatitudine, che rende pazienti e,alla fine. contenti.
Come non essere misericordiosi pensando alla nostra natura ferita e fragile, che proprio per questo è amata da Dio?
E come non essere contenti, quando si sa di partecipare alla stessa pazienza educatrice di Dio?

Non mi sono mai pentito infatti di aver pazientato con un ragazzo. E’ bene riflettere con umiltà che forse quel monello che sembra irriducibile, non ha ancora trovata la sua strada. Per questo raccomando ai miei collaboratori di invocare frequentemente lo Spirito, perché, grazie al dono del Consiglio, si possa essere misericordiosi, senza venir meno alla missione di educare. La nostra grande concittadina, San’Angela Merici, non diceva forse che nell’educazione è necessario sintonizzarsi sull’azione dello Spirito Santo che opera in ogni persona?

Partire dal positivo

E’ più efficace partire dal positivo presente in un giovane, piuttosto che sottolineare con rimbrotti il negativo. Saper incoraggiare prima, di reprimere o correggere. Saper individuare le doti da sviluppare più che richiamare per le mancanze. Il ragazzo va aiutato soprattutto a scoprire le capacità che non pensa di avere, perché acquisti fiducia nelle sue possibilità reali, spesso diverse da quelle sognate.

Educare alla misericordia

Quando spingo i giovani a impegnarsi per essere tra i primi nel loro mestiere, aggiungo anche di non cadere nella trappola della competizione selvaggia e senza misericordia, dove il fine di primeggiare giustifica i mezzi più sleali, spesso a danno dei più deboli. Beato colui che ha cura del debole: il Signore lo libererà nel giorno della sventura!
Signore, aiutami ad educare i miei ragazzi alla comprensione, alla solidarietà, alla misericordia!
(29. MOLTA MISERICORDIA)

Conclusione

Sono solo alcuni tratti di una vita che si santifica nell’azione educativa, così come li sentiva Padre Piamarta. Un discorso meno frammentario e più articolato, potrebbe essere quello più completo delle “Beatitudini dell’educatore”, che permette di mettere in evidenza altri atteggiamenti evangelici. Le Beatitudini infatti dicono come piacere a Dio nelle situazioni più ingarbugliate. E, coi tempi che corrono, le situazioni ingarbugliate non mancano. Ma è vivendo il Vangelo dentro di esse che ci si santifica. E’ una riflessione che va ripresa, proprio a partire dall’esperienza di P. Piamarta.

P. Pier Giordano Cabra

venerdì 8 giugno 2012

18 - IL SIGNIFICATO DELL’AZIONE DI PADRE PIAMARTA

1. L’Istituo Artigianelli: è un progetto nato da un’acuta intuizione e da una meditata lettura della realtà e delle esigenze del suo tempo,da un’attenzione non timorosa ma realistica dell’avanzare del moderno, del nuovo, in una società, non solo quella religiosa, impreparata all’impatto con la novità e la modernità.

2. La Congregazione religiosa Santa Famiglia di Nazareth,da lui fondata, vuol rispondere alle esigenze e ai bisogni della moderna società, attraverso un apostolato intellettuale e insieme sociale il più adeguato possibile ai tempi.

3. P. Piamarta si distingue dalle precedenti esperienze per una spiritualità più avvertita della esigenza di una presenza culturale del cattolicesimo nel mondo moderno e una visione aperta ai problemi del mondo del lavoro nei suoi molteplici aspetti, ma specialmente nel settore della formazione professionale dei giovani e del loro inserimento nel mondo produttivo.

4. Educare al lavoro voleva dire insegnare un’arte, convincere che nella vita non si può avere tutto e subito e quindi occorre costanza, che la professionalità va accompagnata dall’onestà e che il fondamento cristiano aiuta a superare le immancabili difficoltà. Col lavoro ben fatto inon solo si migliora la propria posizione, ma la stessa società. “Siate valenti artisti, ottimi cittadini e perfetti cristiani”.

5. L’educazione alla famiglia:significava mettere i giovani nelle condizioni di formarsi una famiglia, grazie all’apprendimento di un mestiere e di affrontarla con le disposizioni spirituali capaci di renderla solida, grazie alla formazione del cuore. Un cuore capace di un amore maturo, cioè di accettazione dell’altro, di comprensione reciproca, capacità di sacrificio.

6. P. Piamarta parla spesso di Nazareth, perché a Nazareth si lavora, si prega, ci si vuol bene. Qui il Figliol di Dio impara un lavoro nella bottega di Giuseppe, guadagnandosi il pane con il sudore della fronte. Vissuto con Dio il lavoro permette al “divino Architetto di costruire una casa eterna, attraverso le nostre impalcature provvisorie”. Qui si impara a crescere nel rispetto e nell’amore reciproco, in solidarietà con chi fatica con noi.

7. Per amore dei giovani, P.Piamarta, povero e senza risorse, ha affrontato enormi difficoltà, confidando nell’aiuto della Provvidenza e con spirito di fede: ”I dolori e le traversie sono un pane avanzato dalla tavola di Gesù Cristo. Ed io ne sto mangiando la parte più dura”. Infatti le “opere di Dio prosperano all’ombra della croce”

8. Due o tre ore di preghiera al mattino prima di iniziare la giornata, erano per lui “il ritirarsi nel castello interiore, dove, in compagnia del re sconfitto, comunicava alla potenza di Dio per avere la forza di ripartire ogni giorno alla riconquista” del cuore dei suoi ragazzi.

PPGC

 

sabato 2 giugno 2012

14 - PADRE PIAMARTA EDUCATORE AL LAVORO E ATTRAVERSO IL LAVORO

Il grande vescovo di Cremona Geremia Bonomelli, amico ammiratore di Padre Giovanni Piamarta (1841-1913), così conclude una sua lettera: “Piamarta è il prete dei tempi moderni ! Quanti giovani ha ricondotto sulla retta via! Quante lacrime ha asciugate! Quanti genitori ha consolati, restituendo loro i figli riabilitati con il lavoro e con la pietà cristiana”.
Il Vescovo sottolinea. in Padre Piamarta, la forza riabilitante del lavoro, della sua potenzialità di ricostruzione della persona del giovane specie se associata alla pietà cristiana.
D’altro canto i suoi ragazzi, diventati padri di famiglia, confermavano le parole del vescovo Bonomelli, quando gli scrivevano “per esprimere il debito di incancellabile riconoscenza per i saldi principi, la saggia parola,il suo esempio, la vita esemplare, per i benefici ricevuti, per i mezzi d’imparare un mestiere”.
Piamarta non è un teorico dell’educazione, ma un educatore che riflette sulla sua peculiare missione di dare dignità attraverso il lavoro a giovani che partivano sfavoriti nella vita.
Ma dalla sua prassi e dai suoi scritti sparsi, si possono tracciare almeno tre indicazioni:
-la prima è un’educazione che parte dal lavoro
-la seconda è l’educazione che conduce alla valorizzazione del lavoro
-la terza è sui ruoli educativi
-Si possono segnalare le sue "fonti segrete"
Lo possiamo fare riportando tre pagine del suo “diario ideale”, di recente pubblicazione:
1.Un itinerario ideale di educazione a partire dal lavoro.
1. I miei ragazzi la prima cosa che capivano era il lavoro. Non che fossero tutti fanatici del lavoro, ma è certo che il lavoro ben fatto li gratificava e soprattutto comprendevano che avrebbe permesso loro di farsi una posizione dignitosa nella vita
Occorreva certo avviarli al lavoro per i quali erano tagliati, perché buona parte della buona riuscita nella vita è fare il lavoro che piace, o, forse meglio, quel lavoro che è più conforme ai talenti ricevuti.
2. Dal lavoro viene lo studio: anche se qui agli Artigianelli i libri all’inizio non erano molto popolari, tuttavia non è stata un’impresa ardua far comprendere come lo sviluppo tecnico presupponga non solo abilità manuale ma anche un bagaglio sempre più corposo di nozioni teoriche.
3. La fatica e la perseveranza necessaria per ottenere dei buoni risultati, aiutava a mettere in evidenza la necessità di formarsi un carattere forte, che non si lascia demoralizzare dalle piccoli e grandi difficoltà, ma che permette di diventare grandi nelle difficoltà.
Quanti ragazzi hanno raggiunto alti traguardi, pur partendo da condizioni sfavorevoli, per il fatto di non lasciarsi piegare dalle condizioni avverse. Un carattere tenace, non lamentoso, che non scarica sempre le colpe sugli altri, che non si lascia abbattere facilmente, che cerca sempre soluzioni alternative, è garanzia di buona riuscita nella vita.
4. Il passo che viene logico è la necessità di formarsi una coscienza che dice che non tutto quello che si desidera è buono, che non tutto quello che è possibile fare, può o deve essere fatto. E’ la formazione all’onestà, a non approfittare della posizione di vantaggio per rovinare l’altro, al tener presenti i bisogni e le difficoltà altrui. Se uno ha più doti di un altro per questo non deve sentirsi superiore e umiliare o affamare l’altro.
In un mondo di furbi, l’onestà è assai probabilmente la furbizia più lungimirante.
5. Alla base di tutto ci sta poi la formazione religiosa che illumina e affina la coscienza, la quale, sapendo di dover rendere conto a Dio, agisce guidata da criteri di umanità e di carità, che vanno ben oltre quelli della nuda giustizia. E tendono a promuovere la fraternità che è ciò che rende vivibile e amabile l’umana avventura.
Mi piaceva ripetere: “Chi si inginocchia davanti a Dio, può camminare a testa alta in mezzo agli uomini. Il santo timor di Dio, fa perdere la paura degli uomini”.
6. E infine, ho sempre combattuto la mediocrità, assunta come progetto di vita, per convincere che il progetto di Dio su di noi è la santità, la quale passa anche attraverso il desiderio di fare bene ogni cosa, il che rende contenti, fa contenti gli altri, ed è anche rasserenante perché non ci si sente soli nella vita.
Il regalo dei miei carissimi ex alunni è proprio quello di confermarmi che li ho aiutati a vivere da uomini e, molti, anche da buoni cristiani.
Penso che sia proprio lo Spirito Santo che ha operato nella mia missione, perché tutto questo ho dovuto inventarlo, cammin facendo, senza alcuna preparazione specifica se non quella del Vangelo.
Ma non è il Vangelo la più possente forza propulsiva della costruzione di un’umanità più umana?”

2. Educare al lavoro
“Ogni giorno, quando passo a visitare le officine dei tipografi, fabbri, falegnami, sarti, panettieri, calzolai ecc., il mio cuore si riempie di gioia nel vedere tanti ragazzi che si preparano alla vita
Il pensiero che molti di essi sono stati tirati fuori dalla strada e da ambienti malsani corporalmente e spiritualmente, mi ripaga assai dei notevoli sacrifici che dobbiamo affrontare per loro.
Il quotidiano contatto con la loro fatica nell’ apprendere bene un mestiere, mi obbliga a spiegare il significato del lavoro, che sarà parte essenziale della loro esistenza.
Oggi ci sono concezioni parziali del lavoro, che non soddisfano, perché non rispondono alla realtà.
Ci sono coloro che lo esaltano, al punto di dimenticare la fatica e le delusioni che spesso lo accompagnano. A quelli che dicono: “Il lavoro nobilita l’uomo” i miei ragazzi più birbanti rispondono, ridacchiando:”Ma lo rende simile alla bestia”.
D’altro lato ci sono coloro che mettono in risalto solo gli aspetti negativi, citando magari il detto .biblico:”Guadagnerai il pane col sudore della tua fronte”. Il che è vero, ma non è tutto.
Il lavoro è anche miglioramento della persona, è occasione di scoprire e di applicare le proprie capacità, è fonte di soddisfazione quando è ben fatto.
Attraverso il lavoro ci si realizza, specie quando il lavoro corrisponde alle proprie attitudini.
Oltre alla realizzazione personale, mi piace presentare il lavoro come contributo al miglioramento della società. Il grande progresso al quale stiamo assistendo è frutto del lavoro sempre più perfezionato. L’intelligenza applicata al lavoro ha creato macchine che lo rendono meno faticoso...
Ma non sempre le cose sono così scorrevoli. Il lavoro va apprezzato, ma quando non da nessuna soddisfazione? Quando non è riconosciuto? Quando non piace?
E i contrasti sul lavoro? Le ingiustizie? Le lotte? Gli odi? Le gelosie? Le rivalità? A Nazareth
Quando penso a queste cose il mio cuore corre a Nazareth,perché a Nazareth si trova il vero senso del lavoro. A Nazareth si lavora, si vive sotto lo sguardo di Dio e ci si vuol bene.
A Nazareth si lavora: Giuseppe insegna un lavoro al Creatore di tutte le cose.
Posso dire con orgoglio ai miei ragazzi che Gesù riceve una formazione ‘artigianale”, é un “artigianello”, è un tecnico che nella bottega di Giuseppe ha vissuto la maggior parte della vita sotto lo sguardo di Dio, crescendo in età, sapienza e grazia, imparando un mestiere e guadagnandosi il pane col sudore della fronte.
“Con ciò le varie condizioni di vita, i vari uffici, tutti i mestieri, sono nobilitati, ingentiliti e consacrati, dall’averne partecipato l’uomo-Dio, il quale, avendo scelto il più umile, con questo suo fatto relativizzò le invidiate grandezze del mondo e conferì invece valore alle cose poco apprezzate”.
Il Figlio di Dio è cresciuto come uomo lavorando, per mostrare come l’uomo che lavora può
crescere nella statura di Figlio di Dio. Il lavoro, che fa parte della vita umana, lo innalza ad altezze vertiginose quando è unito alla volontà del Signore, perché,come dice S. Agostino, permette al “divino Architetto di costruire una casa eterna, attraverso impalcature provvisorie”.
A Nazareth inoltre ci si vuol bene, si collabora, ci si aiuta, si è solidali.
Anche questo è espressione della volontà di Dio, il quale vuole che si cresca nell’amore reciproco.
Lavorando dunque con competenza e onestà, nell’ accettazione delle difficoltà, in solidarietà con chi fatica con noi, vestiamo la nobile livrea dei figli di Dio che collaborano con il Padre onnipotente creatore del cielo e della terra, il quale vuole costruir una dimora eterna per noi attraverso il nostro lavoro di costruttori di impalcature che passano.

3. La divisione dei compiti educativi
“Non mi sono mai piaciute le dispute, nelle quali si compiace il nostro secolo, e dove chi lavora di meno sembra aver più tempo per pensare a come imporsi di più.
Le ho evitate il più possibile, anche perché c’è sempre il pericolo di far prevalere l’amor proprio sull’amore alla verità, oltre al pericolo di mancare alla carità.
Ma qualche volta l’amore per la verità e la difesa dei miei confratelli mi ha spinto a prendere in mano la penna e mettere le cose in chiaro.
Devo avere già accennato alle difficoltà con il dottissimo sacerdote don Baizini, inviato alla Colonia di Remedello per aiutare Padre Bonsignori nella formazione spirituale degli alunni.
Io non ho neppure un decimo della sua scienza, ma non potevo accettare le sue osservazioni dettate probabilmente da una visione troppo teorica della realtà di oggi.
La cultura è obbligata a misurarsi con la dura realtà quotidiana, dove le “belle” idee valgono nella misura in cui servono a interpretare o a cambiare la realtà.
Una svalutazione delle realtà umane.
Il dotto sacerdote rimproverava l periodico La Famiglia agricola di non educare il popolo perché gli articoli del Bonsignori e del Longinotti, pur eccellenti dal punto di vista tecnico scientifico, non contenevano nemmeno “mezza frase di spirituale” e che gli articoli volti all’educazione morale dei contadini, ad allontanarli dall’abuso del vino, dal cattivo uso del denaro e così via, non sembravano ispirati alla morale cristiana, quanto piuttosto ad una morale naturale e laica.
Lo stesso mi scriveva: “Ci vuole molta dose di asineria giornalistica e grande ignoranza del cuore umano, per non capire che ci vuole ben altro per allontanare i contadini dall’uso del vino, dallo sprecare il denaro, dal rubare”.
Questo mi è sembrato un attacco all’impegno di dare risalto alle cause seconde, senza oscurare la Causa Prima, per unire tecnica e religione, aggiornamento scientifico e maturazione spirituale, stima delle realtà naturali e affermazione delle realtà soprannaturali.
In nome del soprannaturale svalutava il naturale: un errore di prospettiva opposto ma analoga, a quella di coloro che in nome del naturale svilivano il soprannaturale.
I campi sono distinti anche se convergenti. A ciascuno il suo: ai tecnici spetta di illuminare sulle competenze professionali, mentre ai formatori religiosi spetta l’illustrazione delle realtà eterne.
“La missione, concludevo la mia lettera insolitamente lunga. è duplice, di ordine diverso, ma mira ad un identico scopo finale”.
Dobbiamo aver fiducia nella ragione e nella volontà umana rafforzate dalla grazia, per rispettare la creazione che non viene cancellata , ma elevata, dal Dio redentore.
Se i due piani vanno distinti, non vanno opposti, per non dividere fede e ragione, come vorrebbero coloro che in nome della ragione vogliono cancellare la fede.
L’educazione è fatta anche di equilibrio, di buon senso, di gradualità, di fiducia nelle potenzialità del giovane quando è sorretto dalla grazia del Signore, di paziente attesa.
E’ una vera arte, dove il meglio astratto è nemico del bene concreto-Illumina Signore me e i miei collaboratori nell’educazione.“

4. Le fonti
Le fonti alle quali P.Piamarta ha attinto non sono le teorie pedagogiche, ma quelle più modeste e forse più impegnative dei santi. Da buon bresciano era più colpito dall’esemplarità che dalle teorizzazioni.
In questo settore si possono ricordare tre Maestri-esemplari, come punti di riferimento: Benedetto, Ignazio di Loyola, Filippo Neri
Perché il lavoro sia cristiano, occorre unire la “mistica del lavoro che trasforma la persona” (Benedetto) alla”mistica del lavoro che trasforma il mondo” (Ignazio), in un clima di serenità e di gioia (Filippo Neri).
a)Benedetto e la perfectio operantis
Il lavoro, nella tradizione benedettina, è visto come ascesi, come mezzo per salire a Dio.
Il lavoro deve essere “regolato”, dal capriccio disordinato ad una ratio ordinata, alla collaborazione, in obbedienza.
Infatti a Dio si va con i passi della ferialità, della quotidianità orientata a Dio.
Benedetto si concentra sulla causa prima di fronte alla quale si vive l’esistenza quotidiana,fortiter, fideliter, feliciter.
“Voi siete i benedettini dell’era moderna” dichiarava ammirato l’abate Caronti, nella visita apostolica in vista dell’ approvazione della Congregazione S.Famiglia di Nazareth, voluta anni prima da P.Piamarta.
Del resto l’Istituto Artigianelli sorgeva su un terreno che, per più di mille anni, era parte della celebre abbazia benedettina di Santa Giulia, un luogo dove il binomio, ora et labora, pietas et labor hanno costituito un programma formidabile per la ricostruzione della civiltà occidentale.

b) Ignazio di Loyola: nella cultura umanistica rinascimentale cresce l’attenzione per la cause seconde, che dà importanza all’ oggettività del lavoro ben fatto, espressione della capacità dell’uomo, della sua virtus.
Da qui la valorizzazione della professionalità e della competenza. Si parla di perfectio operis. Importante per il miglioramento e l’umanizzazione del creato, che va continuamente “ordinato” dall’impegno dell’uomo.

c)Filippo Neri sottolinea il lato gioioso della vita cristiana, al quale dà grande contributo la festa e l’allegria quotidiana.
In P. Piamarta ’impegno per organizzare le grandi feste era pari all’impegno dell’organizzazione del lavoro. Soleva ripetere che “di festa in festa, si va in Paradiso”: la festa fa parte della pietas, dell’orientamento, del senso della vita, che è destinata a sfociare nella grande festa eterna.
Nella festa si interpreta il lavoro quotidiano, si dà un’anticipazione di quello che ci attende.
Alla base c’è la visione benedettina: lo splendore della liturgia parla del risultato ultimo del lavoro: si vive per fare festa più di quanto non si faccia festa per lavorare.
Ripresa e reinterpretata dai gesuiti, con la festa barocca: la festa in chiesa non deve essere da meno della profana. Anzi la festa deve cominciare in chiesa, una festa allegra, paradisiaca, barocca.
S. Filippo Neri vuole trasformare la vita quotidiana in una festa, con la scoperta della bellezza della vita cristiana, fonte di allegria.
Per questo occorre diffondere l’allegria attraverso il gioco, la musica, il teatro, la gioia della buona coscienza e dell’essere amici del Signore.
Coll’ occupare il tempo libero facendone il “tempo dell’allegria”, col nobilitare il quotidiano con il lavoro ben fatto, con la festa solennizzata che proietta e anticipa il futuro positivo.

Conclusione
P. Piamarta educa attraverso il lavoro e al lavoro, ma immettendo il lavoro nel complesso della realizzazione dell’uomo nel suo cammino verso Dio.
Nessuna idolatria del lavoro, ma anche valorizzazione del lavoro, fonte di sostentamento, di realizzazione personale, di miglioramento del mondo, di santificazione.
Per questo si rifà ai grandi maestri della tradizione cristiana, che hanno preso sul serio l’importanza del lavoro, a partire dal Maestro, che prima imparò la dura lezione del lavoro a Nazareth, per poterla poi diffondere nel corso dei secoli.
E ne ha acquistato in semplicità e incisività.
padre Piergiordano Cabra

giovedì 31 maggio 2012

11 - LE RISPOSTE DI PADRE PIAMARTA

Padre Giovanni Battista Piamarta (1841-1913), che sarà canonizzato il 21 ottobre di quest’anno, è stata la personalità più popolare della Brescia a cavallo tra il 1800 e il 1900. Educatore, benefattore, editore,promosse la vita consacrata con l’esempio,la parola appassionata e convincente, la fondazione di congregazioni religiose, dimostrando una acuta sensibilità nel confronto delle domande del suo tempo, alle quali ha dato delle risposte evangeliche creative e in gran parte valide anche per il nostro tempo.

La domanda più frequente
A chi gli domandava sorpreso come facesse a reggere a quel ritmo impressionante di vita, Padre Piamarta rispondeva che aumentava la preghiera e così poteva fare di più e meglio.
Quello che colpiva e colpisce di più nel nuovo poliedrico Santo era il tempo dedicato alla preghiera, tempo strappato al sonno delle ore mattutine, poco meno o poco più di tre ore, prima di iniziare l’intenso lavoro della lunga giornata, nella quale doveva interessarsi di tutto: dai problemi economici a quelli organizzativi, dall’educazione alla direzione spirituale, dalle officine all’agricoltura, dal vitto dei suoi ragazzi alla copiosa corrispondenza, dall’aggiornamento alla predicazione, dalla scuola ai creditori.
E’ questa la prima e fondamentale risposta, che condiziona tutte le altre: se preghi puoi comprendere che cosa il Signore vuole da te, se non preghi tu puoi confondere la tua volontà con quella del Signore.
Se preghi avrai la forza di reggere per portare avanti la missione che il Signore ti ha affidato, se non preghi ti costruirai una missione fatta su misura dei tuoi desideri.

Di fronte all’ammirazione
E a chi, con ammirazione, si congratulava con lui per il grande bene fatto, attraverso opere tanto moderne quanto impegnative, rispondeva : “l’opera non fruttò che dolori, triboli e spine senza nome, disinganni di ogni genere. Ma avendola abbracciata per amore di Dio e per la salvezza della povera gioventù, il Signore mi è largo del suo aiuto, onde possa portare lietamente il peso di questa croce”.
Era infatti nato povero, era rimasto orfano, aveva rischiato d’essere risucchiato dalla strada se non avesse incontrato dei buoni educatori nel suo oratorio, aveva compreso per esperienza personale che cosa volesse dire l’espressione “la povera gioventù” e la sua “salvezza”. Una volta divenuto prete, grazie all’aiuto di benefattori. comprese che per lui l’amore di Dio doveva esprimersi nell’impegno per “la salvezza della povera gioventù”

Dove andremo a finire?
Era nato suddito dell’Austria a Brescia nel 1841, fra il terribile colera del 1836 e le drammatiche Dieci giornate del 1849. Qualche anno dopo,assieme al passaggio della Lombardia alla nuova Italia, giungono i problemi dei difficili rapporti tra Stato e Chiesa, inizia l’industrializzazione, particolarmente intensa nella sua città, si accentua la fuga dalla miseria delle campagne, si diffondono delle correnti irreligiose.
Il giovane don Piamarta era partito intransigente, ma poi, viceparroco in città, entra a contatto con le grandi personalità del movimento cattolico bresciano che vedono nelle nuove situazioni non solo delle crisi, ma anche delle opportunità per la presenza cristiana.
Alla domanda preoccupata e pessimista di molti contemporanei: “Dove andremo a finire”?, rispondeva:”Da dove dobbiamo incominciare?”
E, da uomo forte ed evangelico, non si perde un lamenti, ma passa all’azione, pagando in prima persona. Invece di accusare gli altri e le loro inadempienze, si sacrifica per migliorare la situazione.
E per intuito del cuore, più che per prolungate analisi, cominciò dalla “povera gioventù”, prodigandosi nell’oratorio, sullo stile di San Filippo Neri, ma vedendo contemporaneamente le domande e i bisogni insoddisfatti della “gioventù più povera”, per la quale non era previsto nessun percorso formativo.
E così in collaborazione con la “perla del clero bresciano”, Mons. Pietro Capretti, da inizio all’Istituto Artigianelli, per educare cristianamente “al lavoro, alla famiglia e alla società” centinaia e centinaia di giovani che costituiranno il nucleo portante delle maestranze della dinamica industria bresciana.
Poco dopo pensa anche ai “figli del campo , dando inizio alla celebre “Colonia ”Agricola di Remedello, grazie alla collaborazione dell’eminente agronomo Padre Giovanni Bonsignori, primo sacerdote Cavaliere del Lavoro, in Italia.
Constatando che la povertà più insidiosa è quella del sottosviluppo culturale, specie in materia religiosa, promuove anche l’ Editrice Queriniana, alla quale affiderà alcune delle sue opere di avanguardia il grande vescovo di Cremona, monsignor Geremia Bonomelli, già suo maestro a Brescia e suo estimatore.

Coraggioso o temerario?
Alcuni, che credevano di conoscerlo, pensavano con preoccupazione all’imminente fallimento delle sue iniziative, giudicandolo un “poeta dell’economia”, inesperto nel complesso mondo del lavoro, troppo povero e per di più rimasto solo, dopo poco tempo, nel continuare un’impresa tanto impegnativa.
La sua risposta si basava invece su criteri già praticati dai santi e da lui ben assimilati: se pensava di prendersi cura dei più piccoli, sapeva che avrebbe impegnato il Padre comune ad aiutarlo.
Se faceva tutto quello che umanamente era necessario fare e lasciava poi i risultati al Signore, sapeva che avrebbe potuto procedere con serenità, fiducioso nella Provvidenza.
Se non poteva restare indifferente di fronte alla sofferenza dei poveri, sapeva che non si sarebbe sentito dire le dure parole rivolte al servo pigro e indolente che aveva seppellito il suo talento.
Frequentando i santi, ne aveva assimilato la logica e il coraggio, pur nella consapevolezza della sua povertà, che lo rendeva umile e fiducioso.
In tal modo sorprese il suo ambiente, per i benefattori che,senza essere richiesti, lo sostenevano e per il rapido sviluppo dell’opera , oltre che per gli evidenti risultati educativi e promozionali.
La logica dei santi lo rese operatore di trasformazione sociale, smentendo con i fatti coloro che pensavano al declino inesorabile della fede, perché inadatta ad inserirsi nella nuova società.
La grande tradizione della santità cristiana che non separa mai Dio e l’uomo, lo ha sorretto nel dimostrare con i fatti la forza innovativa della fede, anche nel difficile e agitato mondo del lavoro.

Quale fondamento?
Nel 1900 inizia la Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth, con il “fine speciale” della cristiana educazione dei figli del popolo al mondo del lavoro.
A chi gli chiedeva qual’era il fondamento della sua famiglia religiosa, P.Piamarta rispondeva senza tentennamenti: la carità e aggiungeva di aver fatto suo il programma di Sant’ Agostino: “In dubiis libertas, in necessariis unitas, in omnibus caritas".
La carità è prima di tutto e al di sopra di tutto e dentro il tutto, perché “se non ho la carità non sono nulla”. Perché senza la carità non posso avere “ un solo cuore e una sola anima” con i miei fratelli e lavorare con loro, perché è la carità che mi sospinge a spendermi e a sprecarmi per il mio prossimo . “Le nostre povere forze verranno concordemente dirette a promuovere il vantaggio spirituale e materiale di questa pia causa che è la causa del Signore”.
Lo spirito di famiglia deve caratterizzare non solo la convivenza dei religiosi, ma anche lo stile dell’educazione. Da notare che la famiglia di riferimento era quella piuttosto austera del tempo, senza l’abbellimento illusorio di troppi svolazzi sentimentali, addolcita però dal “miele sulle labbra”, abbondando e sovrabbondando in pazienza, amorevolezza, cordialità.
Non è che fosse di natura molto dolce, ma lavorò molto per ordinare e orientare il suo carattere piuttosto impetuoso. Forse questo fu il suo lavoro più impegnativo, che gli permise di conquistare il cuore dei suoi ragazzi, ai quali appariva come “un condottiero dal cuore di mamma”.

Le domande dei giovani
Conoscendo bene i giovani, sapeva che la loro domanda fondamentale riguardava il loro futuro, senza dimenticare il presente. Ai giovani si può parlare di futuro, se non si impedisce loro d’essere giovani. E per questo si preoccupava di garantire loro lo svago, favorendo la musica, il teatro, l’allegria. E poi diede inizio ad una quindicina di laboratori, per farne degli artisti, insegnando loro ad avere la soddisfazione di fare le cose bene per poterle guardarle con lo stesso sguardo con cui Dio aveva guardato la sua creazione, quando vide che “era cosa bella e buona”
E soprattutto li induceva a pensare anche al loro futuro di figli Dio, responsabili dei loro fratelli, con i quali erano destinati a vivere assieme “qui e ora”, in modo da meritare il “non ancora” preparato dall’eternità dal Padre per i suoi Figli.

La testimonianza di un Vescovo
Mons. Egidio Melchorri, Vescovo di Tortona, che aveva conosciuto il Padre da giovane seminarista, scriveva: “Ricordo l’impressione che faceva a noi giovani chierici quest’uomo che aveva rinunciato all’affetto e alle consolazioni della parrocchia , che apriva con stupenda fecondità Istituti, Case di Suore, Colonie Agricole, che fondava con l’intuito dei santi una Congregazione.
Molti anni dopo,qui a Tortona, ho trovato un’anima simile a quella di P. Piamarta: Don Orione. Due apostoli, due santi: uno ha orientato nella terra del mio battesimo la mia adolescenza; l’altro segna di grazie il campo delle mie responsabilità episcopali e l’attesa del mio ritorno a Dio.
Due uomini che lasciano per i secoli un crescente patrimonio di bene e che insegnano a me e a tutti una lezione molto importante, questa: che mentre le campane suonano il tramonto su tutte le grandezze, su di una sola, la santità, continuano il loro canto di gloria”.
P-Pier Giordano Cabra
*Per una ulteriore rapida conoscenza, rimandiamo al recente “Dal diario di Padre Piamarta”, Queriniana 2012
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