LA PRESENZA DELLA CONGREGAZIONE SACRA FAMIGLIA DI NAZARETH NEL MONDO

giovedì 31 maggio 2012

11 - LE RISPOSTE DI PADRE PIAMARTA

Padre Giovanni Battista Piamarta (1841-1913), che sarà canonizzato il 21 ottobre di quest’anno, è stata la personalità più popolare della Brescia a cavallo tra il 1800 e il 1900. Educatore, benefattore, editore,promosse la vita consacrata con l’esempio,la parola appassionata e convincente, la fondazione di congregazioni religiose, dimostrando una acuta sensibilità nel confronto delle domande del suo tempo, alle quali ha dato delle risposte evangeliche creative e in gran parte valide anche per il nostro tempo.

La domanda più frequente
A chi gli domandava sorpreso come facesse a reggere a quel ritmo impressionante di vita, Padre Piamarta rispondeva che aumentava la preghiera e così poteva fare di più e meglio.
Quello che colpiva e colpisce di più nel nuovo poliedrico Santo era il tempo dedicato alla preghiera, tempo strappato al sonno delle ore mattutine, poco meno o poco più di tre ore, prima di iniziare l’intenso lavoro della lunga giornata, nella quale doveva interessarsi di tutto: dai problemi economici a quelli organizzativi, dall’educazione alla direzione spirituale, dalle officine all’agricoltura, dal vitto dei suoi ragazzi alla copiosa corrispondenza, dall’aggiornamento alla predicazione, dalla scuola ai creditori.
E’ questa la prima e fondamentale risposta, che condiziona tutte le altre: se preghi puoi comprendere che cosa il Signore vuole da te, se non preghi tu puoi confondere la tua volontà con quella del Signore.
Se preghi avrai la forza di reggere per portare avanti la missione che il Signore ti ha affidato, se non preghi ti costruirai una missione fatta su misura dei tuoi desideri.

Di fronte all’ammirazione
E a chi, con ammirazione, si congratulava con lui per il grande bene fatto, attraverso opere tanto moderne quanto impegnative, rispondeva : “l’opera non fruttò che dolori, triboli e spine senza nome, disinganni di ogni genere. Ma avendola abbracciata per amore di Dio e per la salvezza della povera gioventù, il Signore mi è largo del suo aiuto, onde possa portare lietamente il peso di questa croce”.
Era infatti nato povero, era rimasto orfano, aveva rischiato d’essere risucchiato dalla strada se non avesse incontrato dei buoni educatori nel suo oratorio, aveva compreso per esperienza personale che cosa volesse dire l’espressione “la povera gioventù” e la sua “salvezza”. Una volta divenuto prete, grazie all’aiuto di benefattori. comprese che per lui l’amore di Dio doveva esprimersi nell’impegno per “la salvezza della povera gioventù”

Dove andremo a finire?
Era nato suddito dell’Austria a Brescia nel 1841, fra il terribile colera del 1836 e le drammatiche Dieci giornate del 1849. Qualche anno dopo,assieme al passaggio della Lombardia alla nuova Italia, giungono i problemi dei difficili rapporti tra Stato e Chiesa, inizia l’industrializzazione, particolarmente intensa nella sua città, si accentua la fuga dalla miseria delle campagne, si diffondono delle correnti irreligiose.
Il giovane don Piamarta era partito intransigente, ma poi, viceparroco in città, entra a contatto con le grandi personalità del movimento cattolico bresciano che vedono nelle nuove situazioni non solo delle crisi, ma anche delle opportunità per la presenza cristiana.
Alla domanda preoccupata e pessimista di molti contemporanei: “Dove andremo a finire”?, rispondeva:”Da dove dobbiamo incominciare?”
E, da uomo forte ed evangelico, non si perde un lamenti, ma passa all’azione, pagando in prima persona. Invece di accusare gli altri e le loro inadempienze, si sacrifica per migliorare la situazione.
E per intuito del cuore, più che per prolungate analisi, cominciò dalla “povera gioventù”, prodigandosi nell’oratorio, sullo stile di San Filippo Neri, ma vedendo contemporaneamente le domande e i bisogni insoddisfatti della “gioventù più povera”, per la quale non era previsto nessun percorso formativo.
E così in collaborazione con la “perla del clero bresciano”, Mons. Pietro Capretti, da inizio all’Istituto Artigianelli, per educare cristianamente “al lavoro, alla famiglia e alla società” centinaia e centinaia di giovani che costituiranno il nucleo portante delle maestranze della dinamica industria bresciana.
Poco dopo pensa anche ai “figli del campo , dando inizio alla celebre “Colonia ”Agricola di Remedello, grazie alla collaborazione dell’eminente agronomo Padre Giovanni Bonsignori, primo sacerdote Cavaliere del Lavoro, in Italia.
Constatando che la povertà più insidiosa è quella del sottosviluppo culturale, specie in materia religiosa, promuove anche l’ Editrice Queriniana, alla quale affiderà alcune delle sue opere di avanguardia il grande vescovo di Cremona, monsignor Geremia Bonomelli, già suo maestro a Brescia e suo estimatore.

Coraggioso o temerario?
Alcuni, che credevano di conoscerlo, pensavano con preoccupazione all’imminente fallimento delle sue iniziative, giudicandolo un “poeta dell’economia”, inesperto nel complesso mondo del lavoro, troppo povero e per di più rimasto solo, dopo poco tempo, nel continuare un’impresa tanto impegnativa.
La sua risposta si basava invece su criteri già praticati dai santi e da lui ben assimilati: se pensava di prendersi cura dei più piccoli, sapeva che avrebbe impegnato il Padre comune ad aiutarlo.
Se faceva tutto quello che umanamente era necessario fare e lasciava poi i risultati al Signore, sapeva che avrebbe potuto procedere con serenità, fiducioso nella Provvidenza.
Se non poteva restare indifferente di fronte alla sofferenza dei poveri, sapeva che non si sarebbe sentito dire le dure parole rivolte al servo pigro e indolente che aveva seppellito il suo talento.
Frequentando i santi, ne aveva assimilato la logica e il coraggio, pur nella consapevolezza della sua povertà, che lo rendeva umile e fiducioso.
In tal modo sorprese il suo ambiente, per i benefattori che,senza essere richiesti, lo sostenevano e per il rapido sviluppo dell’opera , oltre che per gli evidenti risultati educativi e promozionali.
La logica dei santi lo rese operatore di trasformazione sociale, smentendo con i fatti coloro che pensavano al declino inesorabile della fede, perché inadatta ad inserirsi nella nuova società.
La grande tradizione della santità cristiana che non separa mai Dio e l’uomo, lo ha sorretto nel dimostrare con i fatti la forza innovativa della fede, anche nel difficile e agitato mondo del lavoro.

Quale fondamento?
Nel 1900 inizia la Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth, con il “fine speciale” della cristiana educazione dei figli del popolo al mondo del lavoro.
A chi gli chiedeva qual’era il fondamento della sua famiglia religiosa, P.Piamarta rispondeva senza tentennamenti: la carità e aggiungeva di aver fatto suo il programma di Sant’ Agostino: “In dubiis libertas, in necessariis unitas, in omnibus caritas".
La carità è prima di tutto e al di sopra di tutto e dentro il tutto, perché “se non ho la carità non sono nulla”. Perché senza la carità non posso avere “ un solo cuore e una sola anima” con i miei fratelli e lavorare con loro, perché è la carità che mi sospinge a spendermi e a sprecarmi per il mio prossimo . “Le nostre povere forze verranno concordemente dirette a promuovere il vantaggio spirituale e materiale di questa pia causa che è la causa del Signore”.
Lo spirito di famiglia deve caratterizzare non solo la convivenza dei religiosi, ma anche lo stile dell’educazione. Da notare che la famiglia di riferimento era quella piuttosto austera del tempo, senza l’abbellimento illusorio di troppi svolazzi sentimentali, addolcita però dal “miele sulle labbra”, abbondando e sovrabbondando in pazienza, amorevolezza, cordialità.
Non è che fosse di natura molto dolce, ma lavorò molto per ordinare e orientare il suo carattere piuttosto impetuoso. Forse questo fu il suo lavoro più impegnativo, che gli permise di conquistare il cuore dei suoi ragazzi, ai quali appariva come “un condottiero dal cuore di mamma”.

Le domande dei giovani
Conoscendo bene i giovani, sapeva che la loro domanda fondamentale riguardava il loro futuro, senza dimenticare il presente. Ai giovani si può parlare di futuro, se non si impedisce loro d’essere giovani. E per questo si preoccupava di garantire loro lo svago, favorendo la musica, il teatro, l’allegria. E poi diede inizio ad una quindicina di laboratori, per farne degli artisti, insegnando loro ad avere la soddisfazione di fare le cose bene per poterle guardarle con lo stesso sguardo con cui Dio aveva guardato la sua creazione, quando vide che “era cosa bella e buona”
E soprattutto li induceva a pensare anche al loro futuro di figli Dio, responsabili dei loro fratelli, con i quali erano destinati a vivere assieme “qui e ora”, in modo da meritare il “non ancora” preparato dall’eternità dal Padre per i suoi Figli.

La testimonianza di un Vescovo
Mons. Egidio Melchorri, Vescovo di Tortona, che aveva conosciuto il Padre da giovane seminarista, scriveva: “Ricordo l’impressione che faceva a noi giovani chierici quest’uomo che aveva rinunciato all’affetto e alle consolazioni della parrocchia , che apriva con stupenda fecondità Istituti, Case di Suore, Colonie Agricole, che fondava con l’intuito dei santi una Congregazione.
Molti anni dopo,qui a Tortona, ho trovato un’anima simile a quella di P. Piamarta: Don Orione. Due apostoli, due santi: uno ha orientato nella terra del mio battesimo la mia adolescenza; l’altro segna di grazie il campo delle mie responsabilità episcopali e l’attesa del mio ritorno a Dio.
Due uomini che lasciano per i secoli un crescente patrimonio di bene e che insegnano a me e a tutti una lezione molto importante, questa: che mentre le campane suonano il tramonto su tutte le grandezze, su di una sola, la santità, continuano il loro canto di gloria”.
P-Pier Giordano Cabra
*Per una ulteriore rapida conoscenza, rimandiamo al recente “Dal diario di Padre Piamarta”, Queriniana 2012

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